Comparsa di Costituzione e Risposta

L’articolo 166 del Codice di Procedura Civile fissa i termini per la costituzione del convenuto, che può avvenire tramite procuratore o personalmente, nei casi consentiti dalla legge, almeno 20 giorni prima dell’udienza di comparizione fissata nell’atto di citazione o almeno 20 giorni prima dell’udienza fissata dal giudice, 10 giorni prima nei casi di abbreviazione dei termini, a norma dell’art.163, depositando in cancelleria il proprio fascicolo contenente la comparsa con la copia di citazione notificata, la procura e i documenti che offre in comunicazione.

La modalità di costituzione del convenuto è uguale alle modalità di costituzione dell’attore e la ricezione della notifica della citazione lo legittima a costituirsi come convenuto. La comparsa di risposta, invece, è l’atto con il quale il convenuto compare nel processo e contiene l’esposizione dei fatti, l’esplicazione della sua difesa, le prove e le conclusioni. Se questi elementi sono inseriti nella comparsa di risposta, alcuni sono obbligatori, a pena di decadenza, come la chiamata di un terzo in causa, le controdomande del convenuto e le conclusioni medianti le quali il convenuto stabilisce la propria posizione.

La sentenza del giudice ha effetti nei confronti delle parti, ovvero quella passata in giudicato ha efficacia tra le parti. Questa precisazione rileva, in quanto restringe l’ambito soggettivo dell’applicazione della sentenza, che altrimenti saremmo portati a pensare abbia efficacia erga omnes, ovvero verso tutti. Ciò si ha in conseguenza del principio del contraddittorio, in base al quale la sentenza non può nuocere a chi non è parte e a quanti non hanno potuto contraddire. Se la sentenza produce effetti nei confronti di terzi, risulta necessario che questi abbiano potuto agire nel processo, ovvero che siano stati chiamati, così da avere potuto esplicare le proprie ragioni. Solo in questo modo la sentenza acquista efficacia verso di loro.

Questi soggetti terzi possono entrare nel processo per la chiamata di una delle parti, oppure per volontà propria. Si consideri che alcuni processi, poi, non possono nemmeno celebrarsi senza la presenza di un numero maggiore di parti. Un primo modo per la presenza di un numero di parti nel processo superiore a due si ha con l’attore che propone la citazione di più convenuti. In sostanza, l’attore propone più domande, ciascuna per un differente convenuto. Le cause contro più persone possono essere presentate davanti a giudici diversi, ma se sono legate dal titolo e l’oggetto, possono essere proposte davanti al giudice del luogo di residenza o di domicilio di una delle parti, le quali verranno raggruppate in un unico processo. Dunque, più convenuti potranno essere chiamati in causa da un attore davanti a un solo giudice, anche in deroga alle norme sulla competenza, sempre che titolo e oggetto della causa siano in comune.

Tornando ai tempi della costituzione del convenuto, essi sono stati innalzati dai 5 giorni della formulazione precedente. La tempestività va accertata anche nel caso in cui l’udienza sia stata rinviata rispetto al giorno indicato dall’attore. Pertanto, va considerata tardiva la domanda riconvenzionale contenuta in una comparsa di risposta depositata entro i 20 giorni dalla data dell’udienza differita. Tuttavia, il termine dei 20 giorni non è perentorio, potendo il convenuto costituirsi fino alla data di udienza di precisazione delle conclusioni, anche se la costituzione tardiva comporta la decadenza di cui all’art.167 c.p.c., secondo comma, in base alla nuova riformulazione, ovvero le eventuali domande riconvenzionali e le domande processuali e di merito non rilevabili d’ufficio. Se è omesso o risulta incerto l’oggetto o il titolo della domanda riconvenzionale, il giudice, dopo avere rilevato la nullità, fissa al convenuto un termine perentorio per integrarla, ferme restando le decadenze maturate e fatti salvi i diritti acquisiti prima dell’integrazione.

Il convenuto deve depositare in tempo la propria difesa rispetto alla data della prima udienza di comparizione, in modo che il giudice possa studiare bene il fascicolo. Anche l’attore avrà modo di conoscere le difese della controparte, trovandosi nelle condizioni già alla prima udienza magari di proporre eccezioni o domande necessarie a seguito proprio di queste difese, oltre che modifiche e integrazioni di domande già proposte o di dedurre nuovi mezzi di prova.

Quanto al calcolo della tempestività della costituzione del convenuto, bisogna tenere conto del dies a quo, a ritroso rispetto alla data di fissazione della prima udienza, restando questo libero, per cui i 20 giorni devono essere effettivi, al netto del giorno in cui si terrà l’udienza di comparizione indicata. La sospensione dei termini processuali durante i periodi feriali comporta la sottrazione di questi dal computo di cui sopra. Nel procedimento civile, il vizio di cui è affetta la costituzione di una delle parti non determina una nullità rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio, per cui, ad esempio, in cassazione non si può eccepire l’irregolare costituzione del convenuto in primo grado, se non è stata sollevata nei motivi in appello.

Contratto Estimatorio – Modello e Guida

Il contratto estimatorio consiste nella consegna di uno o più beni mobili da parte del tradens all’accipiens e questO si obbliga a pagarne il prezzo, salvo che restituisca i beni nel termine stabilito. Come si capisce, non si tratta di un contratto di compravendita, anche se l’art.1557 del Codice Civile stabilisce che Chi ha ricevuto le cose non è liberato dall’obbligo di pagarne il prezzo, se la restituzione di esse nella loro integrità è divenuta impossibile per causa a lui non imputabile.

Come si può comprendere, si tratta della possibilità per una parte di ricevere una partita di merce, senza pagarla nell’immediato. Pensiamo ai contratti tra commercianti e fornitori, i primi hanno la necessità di ricevere merce in grande quantità, anche se non sempre possono confidare di rivenderla del tutto. Per questo, pattuiscono un termine entro il quale dovrà avvenire il pagamento per la parte non restituita. Funziona così, per esempio, per la vendita di giornali o anche di preziosi. Se non vi fosse questo tipo di contratto, non sarebbe possibile per un esercizio di piccole e anche medie dimensioni essere attivo nel campo commerciale, in quanto l’impresa dovrebbe disporre di un capitale cospicuo da anticipare per acquistare la merce prima che venga venduta.

Il contratto estimatorio è reale, nel senso che il tradens adempie alla sua obbligazione con la consegna della cosa all’accipiens, ma non per questo ottiene subito il pagamento del prezzo relativo, risultando necessario attendere il termine concordato per verificare quanta merce sia tornata indietro. Quella che è stata venduta dall’accipiens e, pertanto, non restituita, sarà pagata. Inoltre, il tradens rimane formalmente il proprietario dei beni consegnati all’accipiens, ma non potrà disporne fino a quando non gli verranno restituiti. Per esempio, un fornitore che ha consegnato a un esercente 1.000 kg di pasta, pattuendo la riconsegna dell’invenduto entro 90 giorni, non può nei tre mesi successivi alla consegna entrare in negozio e vendere per conto proprio la merce, nonostante sia ancora il proprietario.

Da parte sua, l’accipiens si prende il rischio di perimento della cosa, pure se per causa a lui non imputabile. Risulta essere tenuto a pagare il prezzo di stima al tradens alla scadenza pattuita per la merce non restituita, oppure dovrà riconsegnarla, per l’appunto. I suoi creditori non potranno sottoporre questa merce a sequestro o pignoramento fino a quando il prezzo non sarà pagato al tradens. Questa precisazione appare ovvia, se l’accipiens non è proprietario dei beni a lui consegnati dal tradens, è evidente che questi non possono essere oggetto di azioni pignoratizie o di sequestro da parte dei creditori.

Chiaramente, al termine pattuito, l’accipiens può anche trattenere la merce ancora invenduta, pagandone il prezzo stimato al tradens. Lo farà se ritiene che questi beni saranno verosimilmente venduti a breve e che non ha senso, pertanto, restituirli, disponendo della liquidità necessaria per l’acquisto e dello spazio in magazzino.

Le parti possono concordare un prezzo minimo di vendita e l’accipiens non può esimersi dal pagare questo alla scadenza, anche nel caso in cui abbia rivenduto la merce a un prezzo inferiore. Non è esonerato, tuttavia, dal pagare al tradens l’eventuale maggiore prezzo di vendita, fatto salvo il diritto di trattenere il proprio compenso.

Il contratto non prevede tra i suoi termini essenziali la fissazione di un termine entro cui deve avvenire il pagamento. Esso resta valido, anche nel caso in cui non sia stato fissato e non risulti dalle leggi o dagli usi. In sostanza, ci troveremmo davanti a un contratto a tempo indeterminato. Lo stesso dicasi per il caso dei prezzi, i quali non devono necessariamente essere stati stabiliti prima della consegna, risultando necessario solamente che essi siano almeno determinabili o che le parti abbiano concordato un prezzo minimo di vendita. Dunque, un contratto estimatorio potrebbe essere privo sia del termine entro cui consegnare i beni che del prezzo da corrispondere al tradens per i beni non restituiti.

Si faccia attenzione alla distinzione tra contratto estimatorio e quello in virtù del quale un commerciante acquista merce da un fornitore, potendola rivendere a un prezzo superiore rispetto a quello pagato per ottenere la stessa, lucrando sulla differenza. Infatti, nel primo il proprietario rimane sempre il tradens, ovvero colui che ha consegnato la merce, nonostante non possa disporne per tutto il periodo in cui essa si trova nella disponibilità dell’accipiens, che risulta così titolare di un diritto disgiunto da quello di proprietà. Non solo, perché l’accipiens non può essere considerato nemmeno proprietario delle somme incassate dalla cessione della merce ricevuta in consegna al prezzo minimo, in quanto tale corrispettivo non gli appartiene. Anche in questo caso, quindi, i creditori non possono rivalersi su tali incassi, risultando di proprietà dei creditori.

Obbligazioni Alternative e Facoltative

Tra le obbligazioni, nel Codice Civile vengono citate e normate quelle alternative agli artt.1285 e ss. Esse sono caratterizzate da un oggetto complesso, costituito da una pluralità di prestazioni e da un unico adempimento, ovvero il debitore si libera dall’obbligazione eseguendo una delle prestazioni pattuite, ma non può costringere il creditore ad accettare l’adempimento parziale di più obbligazioni. A questo proposito, si ha una distinzione tra obbligazioni alternative e quelle facoltative. Nelle prime, l’impossibilità sopravvenuta di adempiere a una delle prestazioni previste comporta l’obbligo per il debitore di concentrarsi sull’adempimento della seconda, mentre nel caso delle obbligazioni facoltative si ha l’estinzione dell’obbligazione medesima.

Caratteristica delle obbligazioni alternative sta nel fatto di essere parzialmente indeterminate, la determinazione è infatti legata alla scelta della prestazione da eseguire. Questa va comunicata attraverso una dichiarazione recettizia e diviene irrevocabile con l’adempimento di una delle prestazioni. In dottrina si discute se la scelta della prestazione da eseguire in un’obbligazione alternativa sia un atto unilaterale recettizio o tacito o un atto giuridico in senso stretto. Infatti, essa non modifica un rapporto obbligatorio, ma individua un fatto tra due o più fatti precostituiti. Per fare in modo che la scelta sia legalmente valida, è necessario che chi la effettua sia capace di assumere l’obbligazione, mentre non rileva l’errore tra i vizi del consenso, dato che i requisiti dell’essenzialità e della riconoscibilità non sono obbligatori.

La scelta spetta al debitore, nel caso che non sia rimessa al creditore o a un terzo. Se il debitore non la esercita entro il termine previsto, spetterà al creditore effettuare la scelta. Al contrario, se il creditore non si avvale della scelta della prestazione da eseguire, essa spetterà al debitore. Infine, se la scelta ricade in capo a un terzo e questo non si avvale della facoltà entro il termine assegnato, essa spetterà al giudice.

L’impossibilità sopravvenuta della prestazione prima che sia stata effettuata la scelta determina la concentrazione del debitore sulla prestazione alternativa, mentre se l’impossibilità sopravvenuta avviene dopo che sia stata effettuata la scelta, l’obbligazione si ritiene estinta. Se l’impossibilità sopravvenuta è per colpa del debitore e la scelta è rimessa a lui, l’obbligazione si concentra sulla prestazione alternativa. Se, invece, essa discende da una colpa a carico del creditore e la scelta ricade in capo al debitore, questo è liberato dall’obbligazione nel caso in cui non ritenga di volere adempiere alla prestazione alternativa e chiedere il risarcimento del danno. Se l’impossibilità sopravvenuta avviene per colpa del creditore e la scelta spetta ad esso stesso, il debitore è liberato dall’obbligazione se il creditore non sceglie di ricevere l’altra prestazione e di risarcire il danno. Se, infine, la prestazione diventa impossibile per colpa del debitore, il creditore può scegliere di ricevere la prestazione alternativa o il risarcimento del danno.

Diversa, come abbiamo accennato, è l’obbligazione facoltativa, che consiste in un’unica prestazione, anche se il debitore può liberarsi eseguendone una diversa. Tuttavia, se la prestazione principale non può essere eseguita per causa non imputabile al debitore, l’obbligazione si considera estinta e non si potrà pretendere l’esecuzione della prestazione facoltativa. Nell’obbligazione facoltativa, poi, la scelta viene esercitata attraverso l’esecuzione della diversa prestazione, ma non siamo nell’ambito della datio in solutum, dato che l’esecuzione della prestazione diversa non dipende da un accordo tra le parti.

Tornando alle obbligazioni alternative, dunque, abbiamo due prestazioni, le quali non devono essere eseguite entrambe, ma solo una al posto dell’altra. Pertanto, non sono obbligazioni ad oggetto cumulativo, che si caratterizzano per l’esecuzione di tutte le prestazioni che sono oggetto dell’obbligazione nell’interesse del creditore.

Essendovi due obbligazioni, bisogna successivamente scegliere quale delle due eseguire, attraverso una scelta chiamata anche concentrazione. Una volta che la scelta viene individuata, magari attraverso l’esecuzione, l’obbligazione da complessa diventa semplice, in quanto il debitore non si libera eseguendo la prestazione alternativa, nemmeno nel caso in cui quella scelta sia divenuta impossibile.

La Cassazione nel 2014 ha stabilito che in caso di licenziamento illegittimo, nel caso in cui il lavoratore in regime di tutela reale opti per l’indennità sostitutiva della reintegrazione, avvalendosi della facoltà prevista dall’art.18, comma 5, il rapporto di lavoro subordinato si estingue con la comunicazione al datore di lavoro di tale scelta, senza che debba esservi il pagamento dell’indennità stessa e che permanga un obbligo retributivo per il periodo successivo in cui la prestazione lavorativa non viene eseguita dal lavoratore. La conseguenza è che nel caso di mancato pagamento dell’indennità, si rientra nella mora debendi per inadempimento o ritardo nell’inadempimento.

Quello di cui sopra è un esempio succinto di applicazione pratica di un caso di obbligazione alternativa. Essa può essere contratta nella quotidianità, specie nel mondo degli affari, partendo da due prestazioni poste in alternativa tra di loro su un piano di parità e con scelta rimessa in capo ad una delle parti o a un terzo, con la conseguenza che nel caso di nullità dell’obbligazione principale per indeterminabilità dell’oggetto, non si può ritenere integrato il presupposto per l’adempimento dell’obbligazione subordinata.

Costituzione Formale e Costituzione Materiale

La Costituzione è la carta fondamentale di uno Stato, che contiene regole e principi su cui si fondano la convivenza civile e il funzionamento delle istituzioni. In Italia, la Costituzione è stata scritta tra il 1946 e la fine del 1947, sulla base di un mandato assegnato dagli elettori con suffragio universale il 2 giugno 1946, lo stesso giorno in cui tramite referendum prevalse la forma repubblicana sulla monarchia. Risulta essere entrata in vigore nel gennaio 1948 ed è giunta quasi intatta fino ad oggi, salvo poche modifiche.

In genere, nel dibattito politico, ma anche accademico, si suole distinguere tra Costituzione formale e Costituzione materiale. In questa guida vi spieghiamo in sintesi e con semplicità la differenza tra i due concetti. Iniziamo da una premessa, non vi è alla base una distinzione tra due diverse tipologie di carte. Quando parliamo di Costituzione formale, facciamo riferimento all’insieme delle norme e dei principi contenuti nella nostra Carta. Insomma, è il documento scritto, che è costituito nel nostro caso da 139 articoli. Pertanto, si suole anche affermare che quella italiana sia una Costituzione lunga. In passato, non è sempre stato così, perché la carta fondamentale di una nazione, magari sotto una monarchia costituzionale, si limitava a regolare il funzionamento basilare delle istituzioni, limitando i poteri del sovrano verso l’assemblea elettiva e assegnando ai sudditi diritti basilari incomprimibili. Nei secoli, specie tra Ottocento e Novecento, abbiamo assistito a un passaggio da costituzioni di stampo liberali ad altre maggiormente di stampo socialdemocratico. In altri termini, le costituzioni che oggi vigono nella maggioranza degli ordinamenti democratici non si limitano ad enunciare pochi principi e a regolare il funzionamento dei vari organi dello stato, ma puntano a indirizzare il legislatore verso un determinato assetto economico sociale, occupandosi di tematiche che tipicamente non erano affrontate dalle costituzioni liberali.

Così, per esempio, all’art.3 della Costituzione italiana, al secondo comma, dopo che è stata sancita l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, indistintamente da sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali, viene introdotto un concetto, che oggi ci appare quasi scontato, ma che ai tempi poteva essere definito rivoluzionario, ovvero che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Vediamo cosa contengono di così rivoluzionario queste parole. Per la prima volta, la carta fondamentale in Italia sanciva il principio per cui è obbligo per lo Stato rimuovere quegli ostacoli che nei fatti impediscono ai cittadini di essere uguali davanti alla legge. L’uguaglianza formale è stato un concetto basilare per tutte le costituzioni liberali, ma spesso rimaneva privo di significato concreto nella quotidianità, in quanto le disparità di partenza sul piano economico e sociale tra i cittadini non erano facilmente sormontabili. La nostra Costituzione repubblicana, invece, stabilisce che l’uguaglianza va perseguita in maniera sostanziale. Per fare un esempio concreto, l’istruzione gratuita obbligatoria non potrebbe mai essere rimossa da alcuna maggioranza parlamentare, perché contrasterebbe con un principio fondamentale della nostra Carta, essendo chiaramente l’analfabetismo una delle cause alla base delle disparità tra cittadini e che impedirebbe il raggiungimento dell’eguaglianza sostanziale.

Ora, se per il momento abbiamo spiegato il concetto di Costituzione formale, vediamo cosa intendiamo per quella materiale. Si tratta dell’applicazione, da parte delle forze politiche, dei principi enunciati nella Carta. In sostanza, una cosa sono le norme scritte, un’altra è la loro traduzione in politiche concrete. Spesso, in Italia si afferma, non a torto, che esista una forte distanza tra Costituzione formale e Costituzione materiale. Per fare un esempio, l’art 1 si apre con la seguente espressione L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Risulta essere difficile considerarlo un principio realizzato, quando milioni di persone lamentano l’assenza di lavoro e il tasso di disoccupazione in alcune zone del nostro Paese supera persino il 50% tra i più giovani.

Risulta essere evidente che la Costituzione italiana non è stata applicata ancora oggi alla lettera, così come va detto che la stessa applicazione può prendere varie strade, perché i principi si evolvono nell’interpretazione, sia giurisprudenziale che politica, essendo soggetti ai cambiamenti anche culturali che si registrano lungo i decenni. Negli anni Settanta, peresempio, la tutela della proprietà veniva intesa in maniera più restrittiva di oggi, esposta alle limitazioni consentite dalla Costituzione per ragioni pubbliche, risentendo del clima del tempo, caratterizzato da un elevato assenso a politiche interventiste e di promozione dei diritti sociali.

In definitiva, la Costituzione materiale è l’applicazione in concreto dei principi enunciati dalla Costituzione formale, ma si evolve nel tempo e non è nemmeno detto che rispetti alla lettera la seconda, come accade spesso di constatare nella quotidianità. In ogni caso, la Costituzione formale rappresenta sempre un modello di ispirazione per gli amministratori pubblici, anche per quei principi apparentemente meno raggiungibili.

Pegno Rotativo

Prima di parlare del pegno rotativo, dobbiamo fare brevi accenni al concetto di pegno, che nel diritto civile di molti paesi, tra cui l’Italia, consiste in un diritto reale di garanzia su beni altrui, con la finalità di funzionare da garanzia per un credito. Esso è disciplinato dagli artt.2784 e seguenti del Codice Civile e ha natura accessoria al credito garantito, con la conseguenza che se questi risulta privo di causa, anche il pegno decade. Il debitore del credito dato in pegno può opporre al creditore pignoratizio tutte le eccezioni che potrebbe opporre al suo creditore, tranne che non abbia accettato la costituzione del pegno senza riserve.

Il pegno può essere costituito anche in relazione a crediti futuri, sempre che ne sia determinato l’oggetto. Non è ammessa la costituzione di pegni omnibus, ovvero riferiti a tutte le posizioni debitorie presenti o future del debitore, dovendo l’oggetto del rapporto creditizio essere determinato o almeno determinabile. Una volta che il debitore paga il debito per intero, il bene dato in pegno gli sarà restituito. In caso contrario, il creditore potrà disporne la vendita tramite un mediatore o rivolgendosi al giudice. In questa seconda ipotesi, dovrà essere effettuata una stima preliminare per verificare se il bene oggetto di pegno non sia di valore superiore al credito vantato dal creditore.

Se il bene in pegno venduto per inadempienza contrattuale frutta al creditore un ricavato maggiore all’importo del suo credito, la differenza positiva dovrà essere restituita al debitore o agli altri eventuali creditori di questo.

Altro aspetto importante, il bene dato in pegno non può essere restituito parzialmente, mentre il debitore paga le rate del debito, nemmeno nel caso in cui il bene sia divisibile. Dunque, il bene oggetto di pegno verrà restituito dal creditore solo nel caso in cui il debitore abbia adempiuto integralmente alla sua obbligazione, fatto salvo quanto sopra detto con riguardo all’eventuale differenza positiva registrata in fase di vendita del bene.

Il pegno può avere come oggetto anche crediti, per cui il creditore pignoratizio otterrà sostanzialmente il mandato di incassarli alla scadenza, tenendo le somme o altri strumenti finanziari a garanzia del credito erogato. Ora, nella prassi si è diffuso nel tempo quello che definiamo pegno rotativo e che riguarda l’anticipazione bancaria. La banca eroga al cliente una somma di denaro, che viene garantita dal cliente con la concessione in pegno di beni, che possono consistere anche in denaro o altri beni fungibili, caso in cui si suole anche parlare di pegno irregolare. La caratteristica del pegno rotativo risiede nella deroga, ai sensi dell’art.1849 del Codice Civile, del principio di indivisibilità del pegno. Il creditore, ossia la banca, può restituire al cliente debitore parte del bene ottenuto in pegno, mentre questo alle sue obbligazioni, per esempio, versando le rate del debito pattuito.

Il pegno rotativo viene disciplinato dall’1851 c.c., Se, a garanzia di uno o più crediti, sono vincolati depositi di denaro, merci o titoli che non siano stati individuati o per i quali sia stata conferita alla banca la facoltà di disporre, la banca deve restituire solo la somma o la parte delle merci o dei titoli che eccedono l’ammontare dei crediti garantiti. L’eccedenza è determinata in relazione al valore delle merci o dei titoli al tempo della scadenza dei crediti.

Oggetto del pegno rotativo, quindi, può essere anche un credito o una somma di denaro, in modo che alla scadenza del titolo, alla banca venga conferita la facoltà di trasformarlo in liquidità, che potrà essere reinvestita per acquistare altri titoli da sottoporre al medesimo vincolo di garanzia reale. La rotazione consiste proprio in questo, ovvero nella possibilità per la banca creditrice di modificare l’oggetto del pegno, senza che ciò comporti a una continua rinnovazione del contratto. La giurisprudenza prevalente propende per la tesi positiva, cioè che sia possibile costituire pegno su un nuovo oggetto, senza modificare il contratto esistente. La tesi negativa, anche se minoritaria, sostiene che tale possibilità non dovrebbe essere consentita al creditore.

Di certo questa facoltà non è possibile per i casi di pegno regolare, in conseguenza della sentenza della Cassazione del 1998, secondo cui il patto di rotatività è consentito, a patto che il negozio costitutivo di garanzia abbia data certa, contenga l’indicazione della cosa data in pegno e il valore del bene sostituito nel bene abbia identico valore di quello originario.

Esplicitamente consente il ricorso al patto di pegno rotativo il decreto che lo prevede per i contratti di garanzia finanziaria, per i quali introduce la clausola di sostituzione, ovvero quella clausola del contratto di garanzia finanziaria che prevede la possibilità di sostituire interamente o in parte l’oggetto nei limiti del valore dei beni in origine costituiti in garanzia. Per contratti di garanzia finanziaria, si intendono la cessione del credito, della proprietà di attività finanziarie con funzione di garanzia, i pronti contro termine e qualsiasi contratto di garanzia reale che abbia come oggetto attività finanziarie e con la finalità di garantire l’adempimento di obbligazioni finanziarie.