Contratto di Riporto – Modello e Guida

Il riporto è un contratto che consiste nel trasferimento da parte del riportato della proprietà di titoli di credito a un dato prezzo al riportatore, il quale assume l’obbligo di riconsegnare al riportato titoli della medesima specie a un prezzo prestabilito, che può essere inferiore o superiore rispetto a quello concordato per la precedente transazione. Si tratta di un contratto reale, ovvero che si perfeziona con la consegna del bene.

Per quanto sia un contratto unitario sul piano giuridico, si ha, in realtà, la somma di due operazioni, quella con cui la proprietà dei titoli passa dal riportato al riportatore e quella con la quale la proprietà viene ritrasferita al riportato con la consegna dei titoli oggetto del contratto. I proventi di questi ultimi, come i dividendi e le cedole, spettano di diritto al riportato, anche se per l’esercizio del diritto di opzione il riportato deve informare il riportatore, altrimenti questi ha facoltà di vendere a terzi tali diritti. Se i titoli sono oggetto di premi o rimborsi, proventi e oneri spettano al riportato, mentre il diritto di voto spetta al riportatore, salvo patto contrario.

Di solito, il prezzo a termine risulta superiore di quello a pronti, in quanto il riportato cede titoli con l’obbligo per il riportatore di restituirglieli a una certa data, al fine di procurarsi liquidità. In sostanza, il primo paga un interesse al riportatore per il finanziamento di fatto ricevuto. In questo caso, siamo davanti a un caso di riporto con riporto, ovvero dietro il pagamento di un interesse. Può accadere, tuttavia, il contrario, ovvero che a doversi procurare liquidità sia il riportatore, grazie ai titoli acquistati dal riportato e che successivamente, con ogni evidenza, cederà a terzi. Ecco, quindi, che il prezzo a pronti sarà fissato superiore di quello a termine, perché dovrà essere il riportatore a pagare gli interessi al riportato. Siamo in presenza, in questo caso, di un riporto con deporto. Infine, nel caso in cui il prezzo a termine sia pari a quello a pronti, si ha un contratto di riporto alla pari.

Questo tipo di contratto può essere utilizzato sia in banca che in borsa. Nel primo caso, l’istituto potrebbe concedere un credito al cliente, rivestendo il ruolo di riportatore, riporto attivo, ma potrebbe anche farsi concedere liquidità dalla clientela, assumendo le vesti di riportato, riporto passivo. Questa tipologia contrattuale è anche nota gergalmente con l’espressione pronti contro termine e si tratta di una delle principali modalità con le quali le banche italiane provvedono alla raccolta diretta di liquidità tra la clientela, insieme ai conti correnti e all’emissione di obbligazioni. I pronti contro termine sono operazioni la cui durata varia da un minimo di una settimana a un massimo di 12 mesi.

Soffermiamoci un attimo sul contratto di riporto. Tizio cede a Caio 100 titoli obbligazionari del valore nominale cadauno di 100 e che attualmente quotano sul mercato secondario 97. Pertanto, Tizio dispone di un valore pari a 9.700, ma ha l’esigenza di ottenere liquidità immediata per eseguire un’altra operazione finanziaria. Pertanto, concordano che Caio gli versi subito la somma di 9.700 e che dopo 90 giorni, Tizio riacquisti i 100 titoli, chiaramente, non gli stessi, essendo beni fungibili come il denaro, a 9.850. Si ha così che Tizio avrà pagato a Caio un interesse pari a 150/9.700 x 90/365 = 0,38%. Questo sarebbe il guadagno di Caio, il quale, tuttavia, nei 90 giorni che vanno dalla data di acquisto a quella di cessione dei titoli, li potrebbe cedere a terzi per riacquistarli un attimo prima della riconsegna al riportato, nella speranza che nel frattempo i prezzi siano scesi, maturando una plusvalenza, che si andrebbe a sommare all’interesse spuntato sul contratto di riporto.

In sostanza, avremo due tipi di operazioni
-Il contratto di riporto, con la doppia cessione riportato riportatore e riportatore riportato.
-Possibili compravendite tra riportatore e terzi per volontà del primo di potenziare i margini di guadagno.

Il contratto di riporto può essere anche utilizzato in borsa per prolungare la propria posizione speculativa, nel caso in cui sul mercato non si fossero verificate le condizioni auspicate. Un venditore allo scoperto o ribassista, infatti, cede titoli a terzi senza possederli, ma facendoseli prestare da un broker, impegnandosi a restituirli entro una certa data, confidando che per allora i prezzi dei titoli siano scesi e, pertanto, l’esborso necessario per acquistarli risulti inferiore all’incasso iniziale. Se ciò non avviene, può stipulare un contratto di riporto, con il quale chiude l’operazione originaria e proroga la propria posizione speculativa. La durata è fissata in borsa a 10 giorni, visto che tali contratti possono essere accesi e chiusi rispettivamente il quinto e il quindicesimo giorno successivi alla data di stipulazione. Non è più possibile il rinnovo tacito, mentre il contratto può essere estinto anticipatamente, ovvero tra il primo e il nono giorno di borsa successivo a quello di stipulazione.

Escussione – Significato e Definizione

Quando una banca o una società finanziaria erogano un credito a un cliente, sia esso impresa o famiglia, si coprono dal rischio che questo possa non essere restituito, in parte o in toto, a causa di difficoltà economiche sopravvenute, si pensi a un lavoratore che perde il posto e che non può più pagare le rate mensili del mutuo o a un’azienda che fallisce e non può più restituire il prestito ottenuto, o di problemi di altra natura. Per questo richiede il rilascio di adeguate garanzie, che possono essere reali, come ipoteca su beni immobili o mobili registrati di proprietà o pegno su beni mobili, o personali, queste ultime anche dette fideiussioni. Esse agevolano l’erogazione di un prestito o, in molti casi, lo rendono possibile, visto che un debitore sprovvisto di beni di proprietà dal valore congruo difficilmente si vedrà accettata la richiesta da parte di un istituto. Tra le azioni a disposizione del creditore a difesa del suo credito, vi è l’escussione, ovvero la possibilità, dietro titolo esecutivo, di sottoporre i beni del debitore a esecuzione forzata.

Si pensi alla cambiale. Se compilata in maniera corretta, e se su di essa siano state annullate in misura minima dovuta le marche da bollo, essa costituisce titolo esecutivo, nel senso che nel caso di inadempienza del debitore, il creditore ha la possibilità di escutere i beni del primo per rivalersi del credito vantato, senza ricorrere al giudice con interminabili azioni legali, che spesso finiscono per provocare dispendio inutile o quasi di tempo ed energie.

In realtà, il termine escussione viene spesso utilizzato all’interno dell’espressione beneficio di escussione, che riguarda il diritto di un debitore di grado inferiore di ottenere che il creditore escuta coattivamente i beni del debitore principale, prima di rivolgersi alla sua persona. Ciò è possibile nei casi in cui non esista un vincolo di solidarietà tra i due o più debitori, ovvero quando questi non sono obbligati in solido. Il beneficio di escussione non è possibile quando il debitore principale versi nell’impossibilità di effettuare i pagamenti al creditore. Esso è previsto dal codice civile a favore del fideiussore, il quale è tenuto, però, a indicare quali beni del debitore principale possono essere escussi e ad anticipare le spese relative all’azione di escussione del creditore. Una situazione analoga si ha per i soci di società semplici, che possono pretendere che sia prima escusso il patrimonio sociale, indicando su quali beni possa avvenire tale azione. Lo stesso dicasi per i soci di società in nome collettivo e di quelli accomandatari in società in accomandita semplice, dai quali i creditori non possono pretendere il pagamento dei crediti vantati, nemmeno se la società versa in stato di liquidazione, se prima non hanno escusso il patrimonio sociale.

Dunque, riepilogando, l’escussione è la possibilità assegnata al creditore di escutere il patrimonio del debitore nel caso di inadempienza e fino a rivalersi del tutto del credito vantato. Qualora questa azione non sia possibile, per esempio, perché il debitore risulti nullatenente o perché i beni di cui è proprietario sono stati già pignorati o sottoposti a ipoteca da altri creditori, il creditore può rivolgersi a un eventuale garante del debitore, detto anche fideiussore, che risponde del debito contratto dal primo con tutto il suo patrimonio. Questi può opporgli, come detto, il beneficio di escussione, ovvero può pretendere, se non è obbligato in solido, che il creditore prima escuta il patrimonio del debitore principale, ma se, come detto, questa azione risulta impossibile da attuare, ecco che tale beneficio non potrà essere fatto valere.

Sopra, abbiamo citato il caso della cambiale quale titolo esecutivo che assegna al creditore il diritto di escussione. Se su di essa non è stata annullata alcuna marca da bollo, contrariamente a quanto richiesto dalle leggi cambiarie, o se l’importo annullato risulta essere inferiore alla misura dovuta, il titolo perde la sua esecutività, per cui l’escussione non è possibile, restando intatto il diritto del creditore a riscuotere la somma indicata sul documento. Attenzione, però, perché la mancata esecutività non può essere fatta valere automaticamente dal debitore, ma deve essere rilevata dal giudice.

La conseguenza è che il garante si espone all’atto dell’apposizione della firma per il rilascio di una fideiussione a un rischio, direttamente proporzionale a quello di insolvenza del debitore garantito. Non è un caso che il fideiussore sia nella quasi totalità dei casi un parente stretto o un amico fidato del debitore, anche perché è tenuto non solo a garantire che il debito sia interamente restituito, ma anche che esso venga ripagato a ogni scadenza pattuita. Dunque, diventa necessario spesso persino una vicinanza fisica tra le due figure, al fine di consentire al garante di monitorare l’andamento dell’obbligazione. Chi rilascia una fideiussione, infine, non può eccepire al creditore di non essere stato al corrente dell’inadempienza del debitore principale, potendo essere segnalato al pari di questo come cattivo pagatore o protestato.

Comparsa di Costituzione e Risposta

L’articolo 166 del Codice di Procedura Civile fissa i termini per la costituzione del convenuto, che può avvenire tramite procuratore o personalmente, nei casi consentiti dalla legge, almeno 20 giorni prima dell’udienza di comparizione fissata nell’atto di citazione o almeno 20 giorni prima dell’udienza fissata dal giudice, 10 giorni prima nei casi di abbreviazione dei termini, a norma dell’art.163, depositando in cancelleria il proprio fascicolo contenente la comparsa con la copia di citazione notificata, la procura e i documenti che offre in comunicazione.

La modalità di costituzione del convenuto è uguale alle modalità di costituzione dell’attore e la ricezione della notifica della citazione lo legittima a costituirsi come convenuto. La comparsa di risposta, invece, è l’atto con il quale il convenuto compare nel processo e contiene l’esposizione dei fatti, l’esplicazione della sua difesa, le prove e le conclusioni. Se questi elementi sono inseriti nella comparsa di risposta, alcuni sono obbligatori, a pena di decadenza, come la chiamata di un terzo in causa, le controdomande del convenuto e le conclusioni medianti le quali il convenuto stabilisce la propria posizione.

La sentenza del giudice ha effetti nei confronti delle parti, ovvero quella passata in giudicato ha efficacia tra le parti. Questa precisazione rileva, in quanto restringe l’ambito soggettivo dell’applicazione della sentenza, che altrimenti saremmo portati a pensare abbia efficacia erga omnes, ovvero verso tutti. Ciò si ha in conseguenza del principio del contraddittorio, in base al quale la sentenza non può nuocere a chi non è parte e a quanti non hanno potuto contraddire. Se la sentenza produce effetti nei confronti di terzi, risulta necessario che questi abbiano potuto agire nel processo, ovvero che siano stati chiamati, così da avere potuto esplicare le proprie ragioni. Solo in questo modo la sentenza acquista efficacia verso di loro.

Questi soggetti terzi possono entrare nel processo per la chiamata di una delle parti, oppure per volontà propria. Si consideri che alcuni processi, poi, non possono nemmeno celebrarsi senza la presenza di un numero maggiore di parti. Un primo modo per la presenza di un numero di parti nel processo superiore a due si ha con l’attore che propone la citazione di più convenuti. In sostanza, l’attore propone più domande, ciascuna per un differente convenuto. Le cause contro più persone possono essere presentate davanti a giudici diversi, ma se sono legate dal titolo e l’oggetto, possono essere proposte davanti al giudice del luogo di residenza o di domicilio di una delle parti, le quali verranno raggruppate in un unico processo. Dunque, più convenuti potranno essere chiamati in causa da un attore davanti a un solo giudice, anche in deroga alle norme sulla competenza, sempre che titolo e oggetto della causa siano in comune.

Tornando ai tempi della costituzione del convenuto, essi sono stati innalzati dai 5 giorni della formulazione precedente. La tempestività va accertata anche nel caso in cui l’udienza sia stata rinviata rispetto al giorno indicato dall’attore. Pertanto, va considerata tardiva la domanda riconvenzionale contenuta in una comparsa di risposta depositata entro i 20 giorni dalla data dell’udienza differita. Tuttavia, il termine dei 20 giorni non è perentorio, potendo il convenuto costituirsi fino alla data di udienza di precisazione delle conclusioni, anche se la costituzione tardiva comporta la decadenza di cui all’art.167 c.p.c., secondo comma, in base alla nuova riformulazione, ovvero le eventuali domande riconvenzionali e le domande processuali e di merito non rilevabili d’ufficio. Se è omesso o risulta incerto l’oggetto o il titolo della domanda riconvenzionale, il giudice, dopo avere rilevato la nullità, fissa al convenuto un termine perentorio per integrarla, ferme restando le decadenze maturate e fatti salvi i diritti acquisiti prima dell’integrazione.

Il convenuto deve depositare in tempo la propria difesa rispetto alla data della prima udienza di comparizione, in modo che il giudice possa studiare bene il fascicolo. Anche l’attore avrà modo di conoscere le difese della controparte, trovandosi nelle condizioni già alla prima udienza magari di proporre eccezioni o domande necessarie a seguito proprio di queste difese, oltre che modifiche e integrazioni di domande già proposte o di dedurre nuovi mezzi di prova.

Quanto al calcolo della tempestività della costituzione del convenuto, bisogna tenere conto del dies a quo, a ritroso rispetto alla data di fissazione della prima udienza, restando questo libero, per cui i 20 giorni devono essere effettivi, al netto del giorno in cui si terrà l’udienza di comparizione indicata. La sospensione dei termini processuali durante i periodi feriali comporta la sottrazione di questi dal computo di cui sopra. Nel procedimento civile, il vizio di cui è affetta la costituzione di una delle parti non determina una nullità rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio, per cui, ad esempio, in cassazione non si può eccepire l’irregolare costituzione del convenuto in primo grado, se non è stata sollevata nei motivi in appello.

Contratto Estimatorio – Modello e Guida

Il contratto estimatorio consiste nella consegna di uno o più beni mobili da parte del tradens all’accipiens e questO si obbliga a pagarne il prezzo, salvo che restituisca i beni nel termine stabilito. Come si capisce, non si tratta di un contratto di compravendita, anche se l’art.1557 del Codice Civile stabilisce che Chi ha ricevuto le cose non è liberato dall’obbligo di pagarne il prezzo, se la restituzione di esse nella loro integrità è divenuta impossibile per causa a lui non imputabile.

Come si può comprendere, si tratta della possibilità per una parte di ricevere una partita di merce, senza pagarla nell’immediato. Pensiamo ai contratti tra commercianti e fornitori, i primi hanno la necessità di ricevere merce in grande quantità, anche se non sempre possono confidare di rivenderla del tutto. Per questo, pattuiscono un termine entro il quale dovrà avvenire il pagamento per la parte non restituita. Funziona così, per esempio, per la vendita di giornali o anche di preziosi. Se non vi fosse questo tipo di contratto, non sarebbe possibile per un esercizio di piccole e anche medie dimensioni essere attivo nel campo commerciale, in quanto l’impresa dovrebbe disporre di un capitale cospicuo da anticipare per acquistare la merce prima che venga venduta.

Il contratto estimatorio è reale, nel senso che il tradens adempie alla sua obbligazione con la consegna della cosa all’accipiens, ma non per questo ottiene subito il pagamento del prezzo relativo, risultando necessario attendere il termine concordato per verificare quanta merce sia tornata indietro. Quella che è stata venduta dall’accipiens e, pertanto, non restituita, sarà pagata. Inoltre, il tradens rimane formalmente il proprietario dei beni consegnati all’accipiens, ma non potrà disporne fino a quando non gli verranno restituiti. Per esempio, un fornitore che ha consegnato a un esercente 1.000 kg di pasta, pattuendo la riconsegna dell’invenduto entro 90 giorni, non può nei tre mesi successivi alla consegna entrare in negozio e vendere per conto proprio la merce, nonostante sia ancora il proprietario.

Da parte sua, l’accipiens si prende il rischio di perimento della cosa, pure se per causa a lui non imputabile. Risulta essere tenuto a pagare il prezzo di stima al tradens alla scadenza pattuita per la merce non restituita, oppure dovrà riconsegnarla, per l’appunto. I suoi creditori non potranno sottoporre questa merce a sequestro o pignoramento fino a quando il prezzo non sarà pagato al tradens. Questa precisazione appare ovvia, se l’accipiens non è proprietario dei beni a lui consegnati dal tradens, è evidente che questi non possono essere oggetto di azioni pignoratizie o di sequestro da parte dei creditori.

Chiaramente, al termine pattuito, l’accipiens può anche trattenere la merce ancora invenduta, pagandone il prezzo stimato al tradens. Lo farà se ritiene che questi beni saranno verosimilmente venduti a breve e che non ha senso, pertanto, restituirli, disponendo della liquidità necessaria per l’acquisto e dello spazio in magazzino.

Le parti possono concordare un prezzo minimo di vendita e l’accipiens non può esimersi dal pagare questo alla scadenza, anche nel caso in cui abbia rivenduto la merce a un prezzo inferiore. Non è esonerato, tuttavia, dal pagare al tradens l’eventuale maggiore prezzo di vendita, fatto salvo il diritto di trattenere il proprio compenso.

Il contratto non prevede tra i suoi termini essenziali la fissazione di un termine entro cui deve avvenire il pagamento. Esso resta valido, anche nel caso in cui non sia stato fissato e non risulti dalle leggi o dagli usi. In sostanza, ci troveremmo davanti a un contratto a tempo indeterminato. Lo stesso dicasi per il caso dei prezzi, i quali non devono necessariamente essere stati stabiliti prima della consegna, risultando necessario solamente che essi siano almeno determinabili o che le parti abbiano concordato un prezzo minimo di vendita. Dunque, un contratto estimatorio potrebbe essere privo sia del termine entro cui consegnare i beni che del prezzo da corrispondere al tradens per i beni non restituiti.

Si faccia attenzione alla distinzione tra contratto estimatorio e quello in virtù del quale un commerciante acquista merce da un fornitore, potendola rivendere a un prezzo superiore rispetto a quello pagato per ottenere la stessa, lucrando sulla differenza. Infatti, nel primo il proprietario rimane sempre il tradens, ovvero colui che ha consegnato la merce, nonostante non possa disporne per tutto il periodo in cui essa si trova nella disponibilità dell’accipiens, che risulta così titolare di un diritto disgiunto da quello di proprietà. Non solo, perché l’accipiens non può essere considerato nemmeno proprietario delle somme incassate dalla cessione della merce ricevuta in consegna al prezzo minimo, in quanto tale corrispettivo non gli appartiene. Anche in questo caso, quindi, i creditori non possono rivalersi su tali incassi, risultando di proprietà dei creditori.

Obbligazioni Alternative e Facoltative

Tra le obbligazioni, nel Codice Civile vengono citate e normate quelle alternative agli artt.1285 e ss. Esse sono caratterizzate da un oggetto complesso, costituito da una pluralità di prestazioni e da un unico adempimento, ovvero il debitore si libera dall’obbligazione eseguendo una delle prestazioni pattuite, ma non può costringere il creditore ad accettare l’adempimento parziale di più obbligazioni. A questo proposito, si ha una distinzione tra obbligazioni alternative e quelle facoltative. Nelle prime, l’impossibilità sopravvenuta di adempiere a una delle prestazioni previste comporta l’obbligo per il debitore di concentrarsi sull’adempimento della seconda, mentre nel caso delle obbligazioni facoltative si ha l’estinzione dell’obbligazione medesima.

Caratteristica delle obbligazioni alternative sta nel fatto di essere parzialmente indeterminate, la determinazione è infatti legata alla scelta della prestazione da eseguire. Questa va comunicata attraverso una dichiarazione recettizia e diviene irrevocabile con l’adempimento di una delle prestazioni. In dottrina si discute se la scelta della prestazione da eseguire in un’obbligazione alternativa sia un atto unilaterale recettizio o tacito o un atto giuridico in senso stretto. Infatti, essa non modifica un rapporto obbligatorio, ma individua un fatto tra due o più fatti precostituiti. Per fare in modo che la scelta sia legalmente valida, è necessario che chi la effettua sia capace di assumere l’obbligazione, mentre non rileva l’errore tra i vizi del consenso, dato che i requisiti dell’essenzialità e della riconoscibilità non sono obbligatori.

La scelta spetta al debitore, nel caso che non sia rimessa al creditore o a un terzo. Se il debitore non la esercita entro il termine previsto, spetterà al creditore effettuare la scelta. Al contrario, se il creditore non si avvale della scelta della prestazione da eseguire, essa spetterà al debitore. Infine, se la scelta ricade in capo a un terzo e questo non si avvale della facoltà entro il termine assegnato, essa spetterà al giudice.

L’impossibilità sopravvenuta della prestazione prima che sia stata effettuata la scelta determina la concentrazione del debitore sulla prestazione alternativa, mentre se l’impossibilità sopravvenuta avviene dopo che sia stata effettuata la scelta, l’obbligazione si ritiene estinta. Se l’impossibilità sopravvenuta è per colpa del debitore e la scelta è rimessa a lui, l’obbligazione si concentra sulla prestazione alternativa. Se, invece, essa discende da una colpa a carico del creditore e la scelta ricade in capo al debitore, questo è liberato dall’obbligazione nel caso in cui non ritenga di volere adempiere alla prestazione alternativa e chiedere il risarcimento del danno. Se l’impossibilità sopravvenuta avviene per colpa del creditore e la scelta spetta ad esso stesso, il debitore è liberato dall’obbligazione se il creditore non sceglie di ricevere l’altra prestazione e di risarcire il danno. Se, infine, la prestazione diventa impossibile per colpa del debitore, il creditore può scegliere di ricevere la prestazione alternativa o il risarcimento del danno.

Diversa, come abbiamo accennato, è l’obbligazione facoltativa, che consiste in un’unica prestazione, anche se il debitore può liberarsi eseguendone una diversa. Tuttavia, se la prestazione principale non può essere eseguita per causa non imputabile al debitore, l’obbligazione si considera estinta e non si potrà pretendere l’esecuzione della prestazione facoltativa. Nell’obbligazione facoltativa, poi, la scelta viene esercitata attraverso l’esecuzione della diversa prestazione, ma non siamo nell’ambito della datio in solutum, dato che l’esecuzione della prestazione diversa non dipende da un accordo tra le parti.

Tornando alle obbligazioni alternative, dunque, abbiamo due prestazioni, le quali non devono essere eseguite entrambe, ma solo una al posto dell’altra. Pertanto, non sono obbligazioni ad oggetto cumulativo, che si caratterizzano per l’esecuzione di tutte le prestazioni che sono oggetto dell’obbligazione nell’interesse del creditore.

Essendovi due obbligazioni, bisogna successivamente scegliere quale delle due eseguire, attraverso una scelta chiamata anche concentrazione. Una volta che la scelta viene individuata, magari attraverso l’esecuzione, l’obbligazione da complessa diventa semplice, in quanto il debitore non si libera eseguendo la prestazione alternativa, nemmeno nel caso in cui quella scelta sia divenuta impossibile.

La Cassazione nel 2014 ha stabilito che in caso di licenziamento illegittimo, nel caso in cui il lavoratore in regime di tutela reale opti per l’indennità sostitutiva della reintegrazione, avvalendosi della facoltà prevista dall’art.18, comma 5, il rapporto di lavoro subordinato si estingue con la comunicazione al datore di lavoro di tale scelta, senza che debba esservi il pagamento dell’indennità stessa e che permanga un obbligo retributivo per il periodo successivo in cui la prestazione lavorativa non viene eseguita dal lavoratore. La conseguenza è che nel caso di mancato pagamento dell’indennità, si rientra nella mora debendi per inadempimento o ritardo nell’inadempimento.

Quello di cui sopra è un esempio succinto di applicazione pratica di un caso di obbligazione alternativa. Essa può essere contratta nella quotidianità, specie nel mondo degli affari, partendo da due prestazioni poste in alternativa tra di loro su un piano di parità e con scelta rimessa in capo ad una delle parti o a un terzo, con la conseguenza che nel caso di nullità dell’obbligazione principale per indeterminabilità dell’oggetto, non si può ritenere integrato il presupposto per l’adempimento dell’obbligazione subordinata.