Obbligazioni Alternative e Facoltative

Tra le obbligazioni, nel Codice Civile vengono citate e normate quelle alternative agli artt.1285 e ss. Esse sono caratterizzate da un oggetto complesso, costituito da una pluralità di prestazioni e da un unico adempimento, ovvero il debitore si libera dall’obbligazione eseguendo una delle prestazioni pattuite, ma non può costringere il creditore ad accettare l’adempimento parziale di più obbligazioni. A questo proposito, si ha una distinzione tra obbligazioni alternative e quelle facoltative. Nelle prime, l’impossibilità sopravvenuta di adempiere a una delle prestazioni previste comporta l’obbligo per il debitore di concentrarsi sull’adempimento della seconda, mentre nel caso delle obbligazioni facoltative si ha l’estinzione dell’obbligazione medesima.

Caratteristica delle obbligazioni alternative sta nel fatto di essere parzialmente indeterminate, la determinazione è infatti legata alla scelta della prestazione da eseguire. Questa va comunicata attraverso una dichiarazione recettizia e diviene irrevocabile con l’adempimento di una delle prestazioni. In dottrina si discute se la scelta della prestazione da eseguire in un’obbligazione alternativa sia un atto unilaterale recettizio o tacito o un atto giuridico in senso stretto. Infatti, essa non modifica un rapporto obbligatorio, ma individua un fatto tra due o più fatti precostituiti. Per fare in modo che la scelta sia legalmente valida, è necessario che chi la effettua sia capace di assumere l’obbligazione, mentre non rileva l’errore tra i vizi del consenso, dato che i requisiti dell’essenzialità e della riconoscibilità non sono obbligatori.

La scelta spetta al debitore, nel caso che non sia rimessa al creditore o a un terzo. Se il debitore non la esercita entro il termine previsto, spetterà al creditore effettuare la scelta. Al contrario, se il creditore non si avvale della scelta della prestazione da eseguire, essa spetterà al debitore. Infine, se la scelta ricade in capo a un terzo e questo non si avvale della facoltà entro il termine assegnato, essa spetterà al giudice.

L’impossibilità sopravvenuta della prestazione prima che sia stata effettuata la scelta determina la concentrazione del debitore sulla prestazione alternativa, mentre se l’impossibilità sopravvenuta avviene dopo che sia stata effettuata la scelta, l’obbligazione si ritiene estinta. Se l’impossibilità sopravvenuta è per colpa del debitore e la scelta è rimessa a lui, l’obbligazione si concentra sulla prestazione alternativa. Se, invece, essa discende da una colpa a carico del creditore e la scelta ricade in capo al debitore, questo è liberato dall’obbligazione nel caso in cui non ritenga di volere adempiere alla prestazione alternativa e chiedere il risarcimento del danno. Se l’impossibilità sopravvenuta avviene per colpa del creditore e la scelta spetta ad esso stesso, il debitore è liberato dall’obbligazione se il creditore non sceglie di ricevere l’altra prestazione e di risarcire il danno. Se, infine, la prestazione diventa impossibile per colpa del debitore, il creditore può scegliere di ricevere la prestazione alternativa o il risarcimento del danno.

Diversa, come abbiamo accennato, è l’obbligazione facoltativa, che consiste in un’unica prestazione, anche se il debitore può liberarsi eseguendone una diversa. Tuttavia, se la prestazione principale non può essere eseguita per causa non imputabile al debitore, l’obbligazione si considera estinta e non si potrà pretendere l’esecuzione della prestazione facoltativa. Nell’obbligazione facoltativa, poi, la scelta viene esercitata attraverso l’esecuzione della diversa prestazione, ma non siamo nell’ambito della datio in solutum, dato che l’esecuzione della prestazione diversa non dipende da un accordo tra le parti.

Tornando alle obbligazioni alternative, dunque, abbiamo due prestazioni, le quali non devono essere eseguite entrambe, ma solo una al posto dell’altra. Pertanto, non sono obbligazioni ad oggetto cumulativo, che si caratterizzano per l’esecuzione di tutte le prestazioni che sono oggetto dell’obbligazione nell’interesse del creditore.

Essendovi due obbligazioni, bisogna successivamente scegliere quale delle due eseguire, attraverso una scelta chiamata anche concentrazione. Una volta che la scelta viene individuata, magari attraverso l’esecuzione, l’obbligazione da complessa diventa semplice, in quanto il debitore non si libera eseguendo la prestazione alternativa, nemmeno nel caso in cui quella scelta sia divenuta impossibile.

La Cassazione nel 2014 ha stabilito che in caso di licenziamento illegittimo, nel caso in cui il lavoratore in regime di tutela reale opti per l’indennità sostitutiva della reintegrazione, avvalendosi della facoltà prevista dall’art.18, comma 5, il rapporto di lavoro subordinato si estingue con la comunicazione al datore di lavoro di tale scelta, senza che debba esservi il pagamento dell’indennità stessa e che permanga un obbligo retributivo per il periodo successivo in cui la prestazione lavorativa non viene eseguita dal lavoratore. La conseguenza è che nel caso di mancato pagamento dell’indennità, si rientra nella mora debendi per inadempimento o ritardo nell’inadempimento.

Quello di cui sopra è un esempio succinto di applicazione pratica di un caso di obbligazione alternativa. Essa può essere contratta nella quotidianità, specie nel mondo degli affari, partendo da due prestazioni poste in alternativa tra di loro su un piano di parità e con scelta rimessa in capo ad una delle parti o a un terzo, con la conseguenza che nel caso di nullità dell’obbligazione principale per indeterminabilità dell’oggetto, non si può ritenere integrato il presupposto per l’adempimento dell’obbligazione subordinata.

Costituzione Formale e Costituzione Materiale

La Costituzione è la carta fondamentale di uno Stato, che contiene regole e principi su cui si fondano la convivenza civile e il funzionamento delle istituzioni. In Italia, la Costituzione è stata scritta tra il 1946 e la fine del 1947, sulla base di un mandato assegnato dagli elettori con suffragio universale il 2 giugno 1946, lo stesso giorno in cui tramite referendum prevalse la forma repubblicana sulla monarchia. Risulta essere entrata in vigore nel gennaio 1948 ed è giunta quasi intatta fino ad oggi, salvo poche modifiche.

In genere, nel dibattito politico, ma anche accademico, si suole distinguere tra Costituzione formale e Costituzione materiale. In questa guida vi spieghiamo in sintesi e con semplicità la differenza tra i due concetti. Iniziamo da una premessa, non vi è alla base una distinzione tra due diverse tipologie di carte. Quando parliamo di Costituzione formale, facciamo riferimento all’insieme delle norme e dei principi contenuti nella nostra Carta. Insomma, è il documento scritto, che è costituito nel nostro caso da 139 articoli. Pertanto, si suole anche affermare che quella italiana sia una Costituzione lunga. In passato, non è sempre stato così, perché la carta fondamentale di una nazione, magari sotto una monarchia costituzionale, si limitava a regolare il funzionamento basilare delle istituzioni, limitando i poteri del sovrano verso l’assemblea elettiva e assegnando ai sudditi diritti basilari incomprimibili. Nei secoli, specie tra Ottocento e Novecento, abbiamo assistito a un passaggio da costituzioni di stampo liberali ad altre maggiormente di stampo socialdemocratico. In altri termini, le costituzioni che oggi vigono nella maggioranza degli ordinamenti democratici non si limitano ad enunciare pochi principi e a regolare il funzionamento dei vari organi dello stato, ma puntano a indirizzare il legislatore verso un determinato assetto economico sociale, occupandosi di tematiche che tipicamente non erano affrontate dalle costituzioni liberali.

Così, per esempio, all’art.3 della Costituzione italiana, al secondo comma, dopo che è stata sancita l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, indistintamente da sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali, viene introdotto un concetto, che oggi ci appare quasi scontato, ma che ai tempi poteva essere definito rivoluzionario, ovvero che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Vediamo cosa contengono di così rivoluzionario queste parole. Per la prima volta, la carta fondamentale in Italia sanciva il principio per cui è obbligo per lo Stato rimuovere quegli ostacoli che nei fatti impediscono ai cittadini di essere uguali davanti alla legge. L’uguaglianza formale è stato un concetto basilare per tutte le costituzioni liberali, ma spesso rimaneva privo di significato concreto nella quotidianità, in quanto le disparità di partenza sul piano economico e sociale tra i cittadini non erano facilmente sormontabili. La nostra Costituzione repubblicana, invece, stabilisce che l’uguaglianza va perseguita in maniera sostanziale. Per fare un esempio concreto, l’istruzione gratuita obbligatoria non potrebbe mai essere rimossa da alcuna maggioranza parlamentare, perché contrasterebbe con un principio fondamentale della nostra Carta, essendo chiaramente l’analfabetismo una delle cause alla base delle disparità tra cittadini e che impedirebbe il raggiungimento dell’eguaglianza sostanziale.

Ora, se per il momento abbiamo spiegato il concetto di Costituzione formale, vediamo cosa intendiamo per quella materiale. Si tratta dell’applicazione, da parte delle forze politiche, dei principi enunciati nella Carta. In sostanza, una cosa sono le norme scritte, un’altra è la loro traduzione in politiche concrete. Spesso, in Italia si afferma, non a torto, che esista una forte distanza tra Costituzione formale e Costituzione materiale. Per fare un esempio, l’art 1 si apre con la seguente espressione L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Risulta essere difficile considerarlo un principio realizzato, quando milioni di persone lamentano l’assenza di lavoro e il tasso di disoccupazione in alcune zone del nostro Paese supera persino il 50% tra i più giovani.

Risulta essere evidente che la Costituzione italiana non è stata applicata ancora oggi alla lettera, così come va detto che la stessa applicazione può prendere varie strade, perché i principi si evolvono nell’interpretazione, sia giurisprudenziale che politica, essendo soggetti ai cambiamenti anche culturali che si registrano lungo i decenni. Negli anni Settanta, peresempio, la tutela della proprietà veniva intesa in maniera più restrittiva di oggi, esposta alle limitazioni consentite dalla Costituzione per ragioni pubbliche, risentendo del clima del tempo, caratterizzato da un elevato assenso a politiche interventiste e di promozione dei diritti sociali.

In definitiva, la Costituzione materiale è l’applicazione in concreto dei principi enunciati dalla Costituzione formale, ma si evolve nel tempo e non è nemmeno detto che rispetti alla lettera la seconda, come accade spesso di constatare nella quotidianità. In ogni caso, la Costituzione formale rappresenta sempre un modello di ispirazione per gli amministratori pubblici, anche per quei principi apparentemente meno raggiungibili.

Pegno Rotativo

Prima di parlare del pegno rotativo, dobbiamo fare brevi accenni al concetto di pegno, che nel diritto civile di molti paesi, tra cui l’Italia, consiste in un diritto reale di garanzia su beni altrui, con la finalità di funzionare da garanzia per un credito. Esso è disciplinato dagli artt.2784 e seguenti del Codice Civile e ha natura accessoria al credito garantito, con la conseguenza che se questi risulta privo di causa, anche il pegno decade. Il debitore del credito dato in pegno può opporre al creditore pignoratizio tutte le eccezioni che potrebbe opporre al suo creditore, tranne che non abbia accettato la costituzione del pegno senza riserve.

Il pegno può essere costituito anche in relazione a crediti futuri, sempre che ne sia determinato l’oggetto. Non è ammessa la costituzione di pegni omnibus, ovvero riferiti a tutte le posizioni debitorie presenti o future del debitore, dovendo l’oggetto del rapporto creditizio essere determinato o almeno determinabile. Una volta che il debitore paga il debito per intero, il bene dato in pegno gli sarà restituito. In caso contrario, il creditore potrà disporne la vendita tramite un mediatore o rivolgendosi al giudice. In questa seconda ipotesi, dovrà essere effettuata una stima preliminare per verificare se il bene oggetto di pegno non sia di valore superiore al credito vantato dal creditore.

Se il bene in pegno venduto per inadempienza contrattuale frutta al creditore un ricavato maggiore all’importo del suo credito, la differenza positiva dovrà essere restituita al debitore o agli altri eventuali creditori di questo.

Altro aspetto importante, il bene dato in pegno non può essere restituito parzialmente, mentre il debitore paga le rate del debito, nemmeno nel caso in cui il bene sia divisibile. Dunque, il bene oggetto di pegno verrà restituito dal creditore solo nel caso in cui il debitore abbia adempiuto integralmente alla sua obbligazione, fatto salvo quanto sopra detto con riguardo all’eventuale differenza positiva registrata in fase di vendita del bene.

Il pegno può avere come oggetto anche crediti, per cui il creditore pignoratizio otterrà sostanzialmente il mandato di incassarli alla scadenza, tenendo le somme o altri strumenti finanziari a garanzia del credito erogato. Ora, nella prassi si è diffuso nel tempo quello che definiamo pegno rotativo e che riguarda l’anticipazione bancaria. La banca eroga al cliente una somma di denaro, che viene garantita dal cliente con la concessione in pegno di beni, che possono consistere anche in denaro o altri beni fungibili, caso in cui si suole anche parlare di pegno irregolare. La caratteristica del pegno rotativo risiede nella deroga, ai sensi dell’art.1849 del Codice Civile, del principio di indivisibilità del pegno. Il creditore, ossia la banca, può restituire al cliente debitore parte del bene ottenuto in pegno, mentre questo alle sue obbligazioni, per esempio, versando le rate del debito pattuito.

Il pegno rotativo viene disciplinato dall’1851 c.c., Se, a garanzia di uno o più crediti, sono vincolati depositi di denaro, merci o titoli che non siano stati individuati o per i quali sia stata conferita alla banca la facoltà di disporre, la banca deve restituire solo la somma o la parte delle merci o dei titoli che eccedono l’ammontare dei crediti garantiti. L’eccedenza è determinata in relazione al valore delle merci o dei titoli al tempo della scadenza dei crediti.

Oggetto del pegno rotativo, quindi, può essere anche un credito o una somma di denaro, in modo che alla scadenza del titolo, alla banca venga conferita la facoltà di trasformarlo in liquidità, che potrà essere reinvestita per acquistare altri titoli da sottoporre al medesimo vincolo di garanzia reale. La rotazione consiste proprio in questo, ovvero nella possibilità per la banca creditrice di modificare l’oggetto del pegno, senza che ciò comporti a una continua rinnovazione del contratto. La giurisprudenza prevalente propende per la tesi positiva, cioè che sia possibile costituire pegno su un nuovo oggetto, senza modificare il contratto esistente. La tesi negativa, anche se minoritaria, sostiene che tale possibilità non dovrebbe essere consentita al creditore.

Di certo questa facoltà non è possibile per i casi di pegno regolare, in conseguenza della sentenza della Cassazione del 1998, secondo cui il patto di rotatività è consentito, a patto che il negozio costitutivo di garanzia abbia data certa, contenga l’indicazione della cosa data in pegno e il valore del bene sostituito nel bene abbia identico valore di quello originario.

Esplicitamente consente il ricorso al patto di pegno rotativo il decreto che lo prevede per i contratti di garanzia finanziaria, per i quali introduce la clausola di sostituzione, ovvero quella clausola del contratto di garanzia finanziaria che prevede la possibilità di sostituire interamente o in parte l’oggetto nei limiti del valore dei beni in origine costituiti in garanzia. Per contratti di garanzia finanziaria, si intendono la cessione del credito, della proprietà di attività finanziarie con funzione di garanzia, i pronti contro termine e qualsiasi contratto di garanzia reale che abbia come oggetto attività finanziarie e con la finalità di garantire l’adempimento di obbligazioni finanziarie.

Insolvenza Fraudolenta

Secondo l’art.641 del Codice Penale, Chiunque, dissimulando il proprio stato di insolvenza, contrae un’obbligazione col proposito di non adempierla è punito, a querela della persona offesa, qualora l’obbligazione non sia adempiuta, con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a 516 euro. L’adempimento dell’obbligazione avvenuto prima della condanna estingue il reato.

Sul piano giuridico, l’insolvenza fraudolenta si trova in una posizione a metà tra il reato di truffa e la semplice inadempienza contrattuale. Abbiamo un creditore che contrae, confidando sull’adempimento dell’obbligazione della controparte, e una parte debitrice, che dal momento della stipula del contratto si pone come obiettivo di non adempierla. Il reato scatta con l’inadempimento dell’obbligazione, ma il suo presupposto fondamentale risiede nella dissimulazione dello stato d’insolvenza, così come il proposito di non adempierla si configura quale premessa indispensabile.

In  questo caso a essere tutelato come bene è la buona fede contrattuale. Il dolo consiste nel non volere adempiere l’obbligazione a partire dal momento in cui è sorta l’obbligazione, oltre che nella volontà consapevole di non adempierla successivamente. Inoltre, bisogna dissimulare lo stato d’insolvenza. Questa dissimulazione può consistere in varie forme, come un comportamento negativo, il silenzio o la menzogna. Tuttavia, la concreta distinzione con il reato di truffa sta nel fatto che, a differenza di questo, con l’insolvenza fraudolenta non vengono messi in atto veri e propri artifizi o raggiri per indurre l’altra parte a stipulare il contratto.

Non si configura quale reato di insolvenza fraudolenta la condotta di chi, all’atto della stipula di un contratto, si riserva mentalmente di non adempiere all’obbligazione, ma per una causa diversa dallo stato di insolvenza simulata, come nel caso di ripicca. Per insolvenza si intende l’impossibilità a pagare nel momento in cui è sorta l’obbligazione, mentre se questa è sopravvenuta non costituisce reato.

Riassumendo, si ha il reato di insolvenza fraudolenta, quando una parte contrae un’obbligazione con l’intento di non adempierla. Deve trattarsi di obbligazione contrattuale, ovvero volontaria, lecita e in grado di produrre effetti giuridici. Inoltre, deve consistere in un dare e non in un fare una specifica attività in favore dell’altra parte.

Quanto alla prova della preordinata volontà della parte di non adempiere all’obbligazione a partire dal suo sorgere, essa può essere riscontrata in comportamenti univoci e ricavabili dal contesto dell’azione, anche messi in atto successivamente alla contrazione dell’obbligazione, mentre il semplice inadempimento costituisce indizio di dolo, non reato in quanto tale.

Fino a quando non viene consumata l’inadempienza contrattuale, non vi è reato. Quanto ai termini per presentare querela di falso, questi scattano non dal momento in cui si verifica l’inadempienza contrattuale, ma dal momento in cui la parte creditrice ha avuto certezza della simulazione dello stato di insolvenza della controparte debitrice.

Nel reato di truffa, l’agente induce l’altra parte a stipulare il contratto, attraverso comportamenti che si configurano quali raggiri o artifizi, anche mentendo sullo stato di solvenza con argomentazioni e atti propri o con il sostegno di terzi. Con l’insolvenza fraudolenta, invece, la parte creditrice stipula il contratto senza che sulla sua volontà di farlo abbiano influiti raggiri o artifizi messo in atto dall’altra parte, rilevando solo l’intento della parte debitrice di non adempiere all’obbligazione e l’effettivo mancato inadempimento.

Anche il silenzio si può configurare tra gli elementi messi in atto dall’agente per dare origine al reato di insolvenza fraudolenta, nel caso in cui questi abbia omesso di comunicare all’altra parte lo stato di insolvenza e lo abbia fatto con il preciso proposito di non adempiere successivamente all’obbligazione.

Come sopra scritto, il reato scatta formalmente con l’inadempimento contrattuale, la cui data dovrà essere accertata sulla base delle norme che regolano la materia civilistica. La conseguenza è che esso non può configurarsi, anche in presenza del mancato intento di adempiere, se non sia prima scaduto il termine relativo. Nel caso in cui l’obbligazione fosse adempiuta prima della condanna di primo o secondo grado, il reato si estingue.

La Cassazione ha sentenziato nel 2011 che non trattasi di insolvenza fraudolenta la stipulazione di un contratto da parte dell’agente con l’intento di non adempiere all’obbligazione, se la riserva mentale non fosse collegata allo stato di insolvenza. Nel caso specifico, il soggetto inadempiente aveva sottoscritto alcune cambiali senza volerle pagare e non ha adempiuto ai pagamenti, ma perché sosteneva che il debito fosse stato acceso in relazione all’acquisto di una vettura che non andava bene su strada.

Per quanto sopra detto, aspetto fondamentale per configurare o meno il reato di insolvenza fraudolenta sta nel proposito del soggetto a non adempiere all’obbligazione, indipendentemente dallo stato effettivo di solvenza o meno all’atto della stipula del contratto. Per esempio, se un individuo contrae debiti, con la consapevolezza di navigare in cattivie acque sul piano finanziario, ma con la speranza di poterli ripagare, nel caso di insolvenza mancherebbe la frode, in quanto non vi sarebbe stato intento di non adempiere, per cui saremmo in presenza di una semplice inadempienza contrattuale, rilevante sul piano civilistico.

Millantato Credito – Significato e Definizione

In questa guida spieghiamo in cosa consiste il millantato credito.

L’articolo 346 del Codice Penale prevede due ipotesi di reato, con riferimento al millantato credito. Nel primo comma esso stabilisce che chiunque, millantato credito presso un pubblico ufficiale, presso un pubblico impiegato che presti un pubblico servizio, riceve, fa dare o fa promettere denaro o altra utilità, come prezzo della propria mediazione verso il pubblico ufficiale o impiegato, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da 309 a 2.065 euro.

Al secondo comma si aggiunge che la pena è della reclusione da due a sei anni e della multa da 516 a 3.098 euro, se il colpevole riceve o da fare o promettere denaro o altra utilità, con il pretesto di dovere comprare il favore di un pubblico ufficiale o impiegato, o di doverlo remunerare.

Le due ipotesi di reato di cui sopra appartengono alla categoria dei delitti contro la Pubblica Amministrazione. In questo caso il termine millantare viene inteso come amplificare in maniera esagerata o in assenza di fondamento, anche implicitamente, l’esistenza di un credito nei confronti di un funzionario pubblico. L’utilità di cui si parla può essere intesa anche del tipo non patrimoniale. Non è illecita in quanto tale qualsiasi mediazione verso la Pubblica Amministrazione. Sono da escludersi quelle imposte dalla legge per determinate attività e quelle fondate sulla generica influenza che l’intermediario potrebbe avere nei confronti dei funzionari pubblici.

Negli anni Trenta la norma era stata intesa per tutelare l’integrità e il prestigio della Pubblica Amministrazione, in modo che all’esterno non si diffondesse l’immagine che i funzionari pubblici fossero soggetti a influenze illecite. L’interpretazione attuale è diversa, ovvero che la tutela si ha nei confronti dell’andamento degli uffici pubblici.

Il fatto materiale che consegue dal millantare credito presso un funzionario pubblico consiste nell’ottenere, in conseguenza di ciò, una dazione, una promessa, di denaro o altro tipo di utilità, come mezzo per la propria mediazione. Deve trattarsi di una falsa promessa, ovvero di un semplice pretesto, perché se il denaro servisse effettivamente a corrompere il funzionario, i soggetti coinvolti risponderebbero del reato di corruzione. L’atto deve avvenire con dolo, cioè con la consapevolezza e la volontà di carpire la promessa o la dazione di denaro o altra utilità, millantando credito.

Per quanto sopra detto, risulta abbastanza delicato il rapporto tra il millantato credito, la truffa e la corruzione di pubblico ufficiale. Con riguardo al reato di corruzione, ci si è posti l’interrogativo se esso potesse concorrere con quello di millantato credito, nel caso in cui l’attività di corruzione fosse stata posta in essere. Di recente, la giurisprudenza ha riconosciuto i due reati quali alternativi tra di loro, nel senso che il millantato credito finisce al verificarsi di un caso di corruzione di pubblico ufficiale. Inoltre, il millantato credito deve riguardare un’attività ancora da intraprendere da parte del pubblico ufficiale e non già compiuta, perché in questo secondo caso si ricade nel reato di truffa.

Il delitto si considera consumato nel luogo in cui avviene la dazione di denaro o altra utilità o viene resa la promessa.

Quanto al rapporto tra millantato credito e truffa, la Corte di Cassazione ha sentenziato nel 2006 che tra i due reati non può esservi concorso formale. Infatti, il reato di truffa deve ritenersi assorbito da quello di millantato credito, altrimenti l’imputato si troverebbe a dovere rispondere di due reati, quando già il fatto negativo emergerebbe dal secondo comma dell’art.346 c.p.

Dunque, nel reato di millantato credito, il soggetto passivo è oggetto di raggiro, tramite vanterie, esplicite e implicite, commesse da un soggetto che si mostra in grado di influire sull’attività pubblica. In pratica, il raggirato viene indotto a credere, tramite esagerazioni o ostentazioni del tutto infondate, che il funzionario pubblico sarebbe avvicinabile, ovvero che egli sia disposto ad agire per fare gli interessi privati del millantatore, invece che svolgere il proprio compito nella Pubblica Amministrazione con la dovuta diligenza e imparzialità.

Non importa che il millantatore assicuri l’esito positivo del suo intervento, perché risulta sufficiente per configurare il reato che lo faccia credere al soggetto passivo. La vanteria non deve essere puramente discorsiva, ma può anche implicita e non espressa, sempre che risulti credibile. Il reato si ha anche nel caso in cui il millantatore sostenga di non conoscere il funzionario. Non è nemmeno importante che il pubblico ufficiale o impiegato sia competente rispetto al risultato promesso e che il favore promesso non sia conforme ai suoi doveri di ufficio. Risulta essere sufficiente che il millantatore ottenga anche solo una promessa di denaro o di altra utilità da parte del soggetto passivo, in conseguenza delle sue vanterie. Infine, non importa nemmeno che il denaro o altra utilità venga promesso al millantatore, potendo andare anche a una terza persona, e che il millantatore si sia concretamente attivato nei confronti del pubblico ufficiale.