Ricorso Commissione Tributaria – Fac Simile e Guida

Il processo tributario può risultare piuttosto complicato da comprendere nella procedura e nelle formalità previste dalle norme, tanto che spesso il contribuente non è capace di fare valere i suoi diritti per mancata conoscenza dei tempi e dei modi corretti nei quali proporre ricorso. In questa guida spieghiamo quindi come funziona il ricorso in commissione tributaria e mettiamo a disposizione un fac simile da scaricare.

Parliamo nello specifico dei giudizi che si svolgono davanti alle Commissioni Tributarie Provinciali in primo grado e alle Commissioni Tributarie Regionali in secondo grado. Oggetto di tali ricorso possono essere gli atti notificati dall’Agenzia delle Entrate e le cartelle di pagamento emesse da Equitalia, l’istituto di riscossione attivo fino a poco tempo fa in quasi tutta Italia, ma che con la legge di Stabilità 2017 è stato inglobato nell’Agenzia delle Entrate, oltre che ipoteche e fermi auto.

Contro gli atti dell’Agenzia delle Entrate e le cartelle esattoriali dell’ex Equitalia è possibile proporre ricorso entro 60 giorni dalla data di notifica, termine perentorio e oltre il quale il ricorso stesso diventa inammissibile. Con una sentenza recente, la Corte di Cassazione ha chiarito che persino per fare valere vizi dell’atto, come la sua inesistenza, è necessario proporre ricorso entro 60 giorni, termine non previsto nei processi ordinari, per i quali l’inesistenza dell’atto può essere fatta valere in ogni stato e grado.

Tuttavia, la parte che dimostra di essere incorsa in una decadenza per causa non ad essa stessa imputabile può fare appello all’applicazione della regola del processo civile ordinario, chiedendo di essere riammessa nel processo tributario. Dal gennaio 2016 è stata istituita una nuova istanza reclamo per gli atti impugnati dinnanzi alle Commissioni Tributarie Provinciali e il cui valore sia inferiore a 20.000 euro. In questi casi, si apre una nuova fase amministrativa della durata di 90 giorni, nel corso della quale sono sospesi i termini per il pagamento e la riscossione. Essa può concludersi con l’accoglimento del reclamo presentato dal contribuente o con una proposta di mediazione tra contribuente ed ente impositore.

Gli atti impugnabili con la nuova fase amministrativa sono gli avvisi di accertamento, di liquidazione, sanzioni, le iscrizioni a ruolo, il rifiuto espresso o tacito della restituzione dei tributi, le sanzioni pecuniarie e gli interessi o altri accessori non dovuti, il diniego o la revoca di agevolazioni o rigetto di domande di definizione agevolata di rapporti tributari, ogni altro atto per cui la legge prevede l’impugnabilità dinnanzi alle commissioni tributarie.

La parte che si costituisce per prima in giudizio o che per i casi di espropriazione richiede l’assegnazione o la vendita di beni pignorati, deve provvedere al pagamento unificato. La ricevuta di pagamento deve essere allegata all’atto e inserirla nel fascicolo d’ufficio. Per fare in modo che il contributo venga pagato in misura corretta, è necessario che le parti indichino nel primo atto difensivo il valore della causa. In assenza di tale specificazione, il contributo unificato viene commisurato allo scaglione più alto previsto. Le parti devono anche indicare il codice fiscale, il numero di fax e l’indirizzo di Posta Elettronica Certificata del difensore, in assenza dei cui dati il contributo viene aumentato della metà.

Il ricorso davanti alla Commissione Tributaria Provinciale non preclude che il contribuente possa anche ricorrere all’autotutela, impugnando l’atto dinnanzi all’Agenzia delle Entrate o ad Equitalia, per esempio, se si ritiene che le somme sollecitate non siano dovute. Bisogna, tuttavia, fare attenzione alla tempistica, perché tale impugnazione non interrompe i termini dei 60 giorni entro cui deve essere proposto ricorso dinnanzi alla Commissione Tributaria Provinciale e quelli entro cui deve avvenire il pagamento, salvo riscossione coattiva.

Dunque, quando il contribuente ritiene che una somma richiestagli dall’Agenzia delle Entrate o Equitalia non sia dovuta in tutto o in parte, può ricorrere alla Commissione Tributaria Provinciale, ma facendo attenzione ai corsi della procedura. Infatti, per le cause dal valore sottostante superiore ai 3000 euro è obbligatorio farsi assistere da un difensore, ma bisogna anche considerare che nel caso si perda la causa si viene chiamati al pagamento delle spese.

Come anticipato sopra, dal 2016 sono state introdotte importanti novità per le cause di valore non superiore ai 20000 euro. In questi casi, il ricorso produce anche gli effetti del reclamo e può contenere una proposta di mediazione con l’ente impositore. Tra l’altro, tale novità è stata estesa a tutti gli atti del valore massimo di 20.000 euro, non solo a quelli emessi dall’Agenzia delle Entrate, consentendo la conciliazione giudiziale anche per i processi successivi al primo grado. Consentito anche il ricorso in Cassazione contro le sentenze emesse dalla Commissione Tributaria Provinciale, mentre è stato innalzato a 3000 euro il valore delle cause per le quali si può rimanere in giudizio senza assistenza.

Il processo di primo grado ha luogo davanti alla Commissione Tributaria Provinciale contro gli atti dell’Agenzia delle Entrate e di Equitalia, mentre quello di secondo grado si svolge dinnanzi alla Commissione Tributaria Regionale territorialmente competente contro le sentenze della Commissione Tributaria Provinciale. In pratica, la parte soccombente può decidere di ricorrere alla Commissione Tributaria Provinciale contro la sentenza di primo grado, nel caso non abbia per nulla o in parte soddisfatto. Infine, contro le sentenze della Commissione Tributaria Regionale è possibile ricorrere in Cassazione, ma se vi è accordo tra le parti è consentito il ricorso direttamente in Cassazione anche contro le sentenze di primo grado.

Il processo tributario inizia con l’impugnazione di un atto dell’Agenzia delle Entrate entro 60 giorni dalla sua notifica, entro 90 giorni per le richieste di rimborso a cui l’ente non ha dato risposta. I termini per proporre ricorso sono sospesi per tutto il mese di agosto. Nel ricorso devono essere indicati la Commissione Tributaria Provinciale a cui ci si è rivolti per l’impugnazione, i dati del ricorrente e del suo eventuale assistente legale, il domicilio eventualmente eletto nel territorio italiano o la sede legale, il codice fiscale e l’indirizzo PEC, l’ufficio contro cui è stato presentato ricorso, l’atto impugnato e l’oggetto della domanda, le ragioni.

Se manca anche solo uno degli elementi sopra indicati, con l’eccezione del codice fiscale e della PEC, il ricorso è inammissibile. Il ricorso deve essere notificato all’ente che ha emesso l’atto impugnato, attraverso consegna diretta o anche per posta, mediante lettera raccomandata con ricevuta di ricevimento, così come a mezzo di un ufficiale giudiziario.

Entro 30 giorni dalla notifica del ricorso, il contribuente deve costituirsi in giudizio, ovvero deve depositare o inviare alla Commissione Tributaria Provinciale l’originale del ricorso notificato o copia del ricorso consegnato o spedito per posta. Per le liti sottoponibili alla mediazione, il termine decorre dai 90 giorni dalla notifica all’ente impositore. Attenzione, perché il fatto che si presenti ricorso non implica anche che il contribuente sia temporaneamente esentato del tutto a versare le somme richieste. Per esempio, in materia di IVA e delle imposte dirette, l’impugnazione di un avviso di accertamento non esenta il contribuente dal versare un terzo delle imposte contestate, interessi inclusi. Chiaramente, se il contribuente vince il ricorso, il tributo versato in eccedenza rispetto a quello stabilito dalla Commissione tributaria viene restituito, comprensivo di interessi, entro 90 giorni dalla notifica della sentenza.

Quanto alla misura del contributo unificato, esso viene fissato in 30 euro per le controversie dal valore fino a 2582,28 euro, in 60 euro per quelle da 2582,28 a 5000 euro, in 120 euro per quelle tra 5000 e 25000 euro e liti dal valore non determinabile, in 250 euro per quelle da 25000 a 75000 euro, in 500 euro per quelle da 75000 a 200000 euro, in 1500 euro per quelle superiori a 200000 euro.

Nella pagina mettiamo a disposizione anche un fac simile di ricorso commissione tributaria che può essere scaricato e utilizzato per le proprie esigenze.

Sollecito di Pagamento – Fac Simile e Guida

Il ricorso a un sollecito di pagamento si ha nei casi in cui il creditore voglia ottenere il pagamento dell’obbligazione da parte del debitore, prima di adire le vie legali. Da un punto di vista formale, vi è differenza tra sollecito di pagamento e diffida di pagamento. La diffida di pagamento, infatti, è scritta da un avvocato e tende ad avere un tono più categorico, formale, contrariamente al sollecito di documento, il cui tono resta amichevole e si pone lo scopo di riscuotere quanto prima il dovuto, ricordando al debitore l’avvenuta scadenza del pagamento. In altre parole, con il sollecito di pagamento siamo ancora alle fasi iniziali di tentativo di recupero di un credito dubbio, dopo che è passato infruttuosamente il termine entro cui esso avrebbe dovuto essere riscosso.

Per questo motivo il tono della missiva dovrebbe rimanere amichevole, quasi a fare intendere al debitore di essere incorso in una dimenticanza e non in una mancata volontà vera e propria di adempiere all’obbligazione. Per questo, in un sollecito di pagamento non compaiono un tono perentorio e un termine entro cui adempiere all’obbligazione e scaduto il quale si adirebbero le vie legali, trattandosi di elementi tipici proprio di una diffida. Il tono amichevole serve sia a differenziare la lettera di sollecito di pagamento dalla diffida che a non deteriorare le relazioni con il debitore, nutrendo una credibile speranza che questi possa ancora per intero e al più presto pagare il dovuto.

Per il resto, un sollecito contiene gli stessi elementi di una diffida, come l’importo da pagare e la causale del pagamento, e la stessa forma dell’invio, ovvero tramite raccomandata o posta elettronica certificata.

A parte il tono utilizzato in una lettera di sollecito, le conseguenze per le parti sono le stesse di una diffida, ovvero dalla data di ricevimento della missiva, il debitore è costituito in mora e da essa scattano gli eventuali interessi moratori. Pertanto, nel caso in cui il debitore si rifiutasse ancora di pagare, il creditore avrebbe titolo per rivolgersi al giudice e per pretendere non solo la riscossione del capitale, ma anche degli interessi, a partire dal giorno in cui il debitore ha ricevuto la lettera di sollecito. Non solo, ma nella stessa data si interrompe la prescrizione del credito, per cui questa decorre dal nuovo termine, a tutto vantaggio del creditore, che godrà così di tempi più lunghi per fare valere le proprie pretese.

Proprio per essere in grado di usufruire dei vantaggi sul piano legale, si consiglia sempre di tenere la cartolina con l’avviso di ricevimento e la ricevuta di consegna inviata tramite PEC. In questo modo si possiede una prova valida dell’invio della missiva e della relativa data. Pertanto, ribadiamo che un sollecito di pagamento dovrebbe essere inviato nelle due modalità sopra elencate, ovvero tramite PEC o raccomandata con ricevuta di ritorno, al fine di renderlo utilizzabile sul piano legale, nel caso di procrastinato ritardo nell’adempimento dell’obbligazione da parte del debitore.

Non è necessario che la missiva venga firmata da un avvocato. Risulta essere opinione comune, tuttavia, che se ciò accade, la lettera assuma un valore più formale. In questo caso, come abbiamo accennato sopra, bisogna scegliere tra due alternative, il mantenimento di un tono amichevole, se si presuppone che il ritardo nel pagamento sia legato a una qualche dimenticanza o non sia, in ogni caso, frutto della mancata volontà del debitore di adempiere all’onere, o la firma di un legale, al fine di dare alla lettera un tono più formale e sperare così di indurre più facilmente il debitore a pagare, non fosse altro per timore di essere citato davanti al giudice, con tutte le relative spese e il dispendio di energia e tempo che ne seguirebbero.

Esiste una terza possibilità per il creditore, ovvero l’invio del sollecito con mail ordinaria o con una lettera non raccomandata. In questi casi, la missiva non produce gli effetti legali di cui sopra, ma serve a richiamare l’attenzione del debitore sul pagamento non effettuato. In sostanza, il tono è bonario ed espresso con modalità informali. Il solo fatto che il debitore riceva un sollecito di pagamento con raccomandata o tramite posta elettronica certificata dovrebbe convincerlo che, per quanto amichevole sia il tono, il creditore potrebbe utilizzare tale missiva a fini legali. Che non vi sia la firma di un avvocato è solo un dettaglio senza effetti giuridici concreti. Se compare anche tale firma, poi, siamo davanti a una quasi diffida, per quanto non sul piano formale.

L’invio di un sollecito di pagamento è un atto non necessario, perché il creditore, terminato infruttuosamente il termine entro cui avrebbe dovuto riscuotere l’importo, ha titolo per spedire al creditore una lettera di diffida o per recarsi direttamente dal giudice per fargli emanare un decreto ingiuntivo nei confronti del debitore.

Cerchiamo di capire cosa conviene fare, quando a una certa data non abbiamo ricevuto un pagamento. Per prima cosa, si consiglia di fare trascorrere qualche giorno. Per una qualche ragione, infatti, il pagamento potrebbe essere stato solamente ritardato, per cui è opportuno attendere. Supponiamo che una settimana basti e avanzi. A questo punto, si scrive la lettera di sollecito e la si invia senza firma di un legale al debitore, ricordandogli che alla data X già scaduta era dovuto un pagamento, in virtù di una fattura o un contratto, invitando il debitore a provvedere al più presto ad adempiere all’obbligazione, ma senza indicare entro quale termine e senza utilizzare un tono perentorio. Al contrario, nel sollecito dovrebbe anche comparire una formula, del tipo, i nostri uffici rimangono a disposizione per eventuali chiarimenti. In questo modo, il rapporto con la controparte è mantenuto, ma allo stesso tempo lo si avverte dell’inadempimento.

A questo punto, tocca al debitore. Nel caso migliore, egli effettuerà quanto prima il pagamento e il caso è chiuso. In una seconda ipotesi, la peggiore, questi continua a rimanere inadempiente e nemmeno risponde alla missiva. In un’ipotesi intermedia, poi, non effettua il pagamento, ma risponde in un qualche modo, anche attraverso una chiamata telefonica o altra via informale, per avvertire il creditore che il pagamento sarà effettuato al più presto o per spiegare le ragioni per cui non potrà provvedere in tempi brevi.

In questo ultimo caso, spetta al creditore decidere se accettare di concedere una dilazione di pagamento o mettersi al sicuro con la formalizzazione dell’inadempimento, mentre non vi è dubbio nel caso di mancata risposta e di mancato pagamento, che la cosa migliore da fare sia di ricorrere all’invio di una diffida firmata da un avvocato, magari a distanza di pochi giorni dall’invio del sollecito. Se si ritiene grave la situazione, il creditore può anche scegliere di chiedere al giudice di emanare un decreto ingiuntivo.

In ogni caso, un sollecito di pagamento, formale o informale che venga redatto, dovrebbe sempre contenere questi dati essenziali. estremi identificativi del creditore, estremi identificativi del debitore, l’importo da pagare, la data di scadenza del pagamento, la causale del pagamento e le modalità con cui effettuarlo. Infine, non resta che firmare la missiva in prima persona o in qualità di rappresentante legale dell’impresa creditrice o ancora di legale della stessa.

Il fac simile di lettera di sollecito di pagamento presente in questa pagina è piuttosto semplice, può essere scaricato e modificato inserendo i dati indicati in precedenza.

Lettera di Incarico Professionale – Fac Simile e Guida

Il Decreto Legge n.1 del 24 gennaio 2012, convertito in legge con modificazioni nel marzo dello stesso anno, ha puntato a introdurre nel mondo delle professioni una maggiore trasparenza, in relazione agli oneri a carico dei clienti committenti al momento in cui viene assegnato un incarico. La disciplina nel suo complesso mira a creare anche una maggiore concorrenza, scardinando la legislazione precedente, che vietava persino a un professionista iscritto a un albo di farsi pubblicità.

In questa sede, esamineremo la lettera di incarico professionale, proponendo un fac simile da scaricare e spiegando quali sono le caratteristiche del documento. La norma del 2012 prevede che all’atto del ricevimento di un incarico, un avvocato o un praticante avvocato abilitato faccia sottoscrivere al cliente una lettera, nella quale compaiono tutte le informazioni legate all’incarico, alla sua natura, oltre che alla parcella dovuta, questa suddivisa tra compenso fisso, ovvero di base, oltre a un compenso orario, legato al tempo effettivamente impiegato per eseguire l’incarico per i casi complessi. In assenza di accordo scritto, questo si considera nullo, ma solo per i professionisti sopra indicati, mentre non per gli altri, come geometri e commercialisti. Tuttavia, il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili ha stabilito che la lettera di incarico professionale rappresenta una prova delle parti per confutare eventuali contestazioni. In altre parole, converrebbe sempre allo stesso professionista redigerla e farla firmare al cliente, per mettersi al riparo da eventuali incomprensioni.

Del resto, non si capisce perché solo gli avvocati siano tenuti alla forma scritta per l’assegnazione di un incarico professionale, mentre tutti gli altri professionisti possano limitarsi a un accordo verbale. Se è vero che l’incarico assegnato a un avvocato spesso è rilevante sul piano delle conseguenze giuridiche in capo al cliente, resta indubbio come anche altri ordini professionali possano essere investiti da contestazioni, in relazione alla prestazione di servizi contestati nel risultato, nei modi di esecuzione o anche per il loro costo.

Vediamo cosa si deve scrivere di preciso nella lettera di incarico professionale. Essa deve contenere tutte le indicazioni sul grado di complessità dell’incarico, fornendo quante più informazioni possibili sugli oneri stimati dal momento del conferimento fino alla conclusione del lavoro commissionato. Devono comparire in essa, quindi, l’importo del compenso, correlato all’importanza e alla complessità dell’incarico da eseguire, i costi relativi a ciascuna prestazione da effettuare, comprensivi delle spese da sostenere, gli oneri e i contributi, oltre che il preventivo di massima.

A differenza del passato, questa è una grande innovazione apportata dal testo del decreto, le parti restano libere di fissare il compenso a prescindere dalle tariffe professionali, le quali si intendono abrogate con riferimento sia agli importi minimi che a quelli massimi. Dunque, un avvocato è solo tenuto a non svendere la sua professione, evitando di accettare un incarico a cifre incompatibili con il decoro della professione, ma senza essere più tenuto a seguire le tariffe minime e massime stabilite dall’ordine di appartenenza.

Quale che sia la professione esercitata, i dati obbligatori da indicare nella lettera di conferimento sono l’oggetto e il grado di complessità dell’incarico, il compenso e gli oneri ipotizzabili. Abbiamo detto che questa lettera è obbligatoria solo per gli avvocati, pena la nullità dell’accordo, ma è anche vero che nel caso di contestazione, se si arrivasse davanti al giudice, questi vedrebbe molto negativamente l’assenza di un preventivo di massima per iscritto. In un certo senso, è come se il professionista che si è affidato solo all’accordo verbale parta svantaggiato in tribunale. Da qui, il consiglio reiterato anche dai vari ordini professionali di fare affidamento sulla lettera di conferimento per mettersi al riparo da eventuali disguidi.

Del resto, nel testo originario si prevedeva un preventivo scritto obbligatorio per tutte le professioni, mentre la modifica apportata successivamente dal Parlamento ha limitato tale obbligo ai soli avvocati, limitandosi a confermare per gli altri l’obbligo di offrire al cliente un preventivo di massima all’atto del conferimento dell’incarico, ma non necessariamente scritto, potendo consistere in un accordo solamente verbale.

Per fare in modo che un preventivo di massima sia considerato valido sul piano legale, deve contenere l’indicazione del compenso fisso per l’esecuzione dell’incarico, al quale bisogna aggiungere il compenso orario, variabile in base alla complessità della prestazione, la complessità dell’incarico e il suo eventuale carattere urgente e particolare, specie se esso spinge il professionista alla ricerca di soluzioni innovative o originali.

Nel caso di incarico legati alla realizzazione dell’opera, i criteri da assumere per la determinazione del compenso sono il valore dell’opera da progettare, la complessità del progetto, la categoria dell’opera e la somma delle prestazioni da eseguire.

Facciamo riferimento ad architetti, geometri, ingegneri, geologi, periti agrari e industriali. In formula, si ha che il compenso è uguale a VxGxOxP, dove V indica il valore dell’opera, G la complessità della stessa, Q la quantità delle prestazioni da effettuare e P è il valore di riferimento per il mercato.

Il modello di lettera di incarico professionale presente in questa pagina può essere scaricato sul proprio computer e modificato in modo da essere adattato alle proprie esigenze.

Contratto di Stage – Fac Simile e Guida

Per contratto di stage si intende la possibilità fornita da un’azienda a un soggetto di effettuare un’esperienza lavorativa presso la propria sede, con l’obiettivo di garantirgli una formazione professionale. Nel mondo anglosassone, si usa l’espressione internship, che negli ultimi anni è in voga anche nel nostro paese. Lo stage consente l’inserimento nel mondo del lavoro di giovani neo diplomati, neo laureati, ma anche di persone che semplicemente vogliono cambiare lavoro e acquisire nuove competenze.

In Italia possono assumere un lavoratore con contratto di stage le aziende private, quelle pubbliche e le organizzazioni no profit. Non è obbligatorio erogare al praticante alcuna retribuzione, nemmeno un rimborso spese, essendo nella libertà dell’azienda decidere a quali condizioni praticare uno stage. Non sono obbligatori nemmeno i versamenti dei contributi previdenziali.

Il contratto di stage non ha una durata standard, in quanto può essere di 3 o 6 mesi, ma rinnovabile fino a un tempo massimo complessivo di un anno. Le aziende con oltre 20 dipendenti non possono assumere con contratto di stage personale per una percentuale superiore al 10% totale.

Come si può comprendere, le condizioni abbastanza agevolanti che il legislatore ha fissato per il contratto di stage puntano a stimolare l’occupazione, accompagnando l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro, in una fase immediatamente successiva o contestuale allo svolgimento degli studi. La ragione alla base dello stage sta nel suo carattere formativo. Per questo motivo lo strumento è stato soggetto a varie modifiche negli anni, ma tutto sempre finalizzato ad incentivarne il relativo contratto, in modo da avvicinare i giovani e le imprese.

Per fare in modo che sia attivabile un contratto di stage, è necessario che venga sottoscritto un progetto formativo dell’ente promotore, da quello ospitante e dal tirocinante. L’ente promotore ha anche il compito di inviarne una copia alla Regione, al Ministero del Lavoro e alle rappresentanze sindacali. Le figure coinvolte questo contratto non si esauriscono con quelle appena citate, perché dobbiamo ancora aggiungere il tutor aziendale e il tutore dell’ente promotore. Il primo viene nominato dall’azienda ospitante e diventa praticamente il responsabile dello stage. Il tutor dell’ente promotore, invece, viene nominato da questo, per esempio l’università, e nei fatti sorveglia le attività svolte dal tirocinante.

Il contratto di stage, come abbiamo spiegato in precedenza, prevede una durata massima variabile, a seconda del soggetto che pratica il periodo di formazione e lavoro. Si va dai 4 mesi previsti per gli studenti degli istituti di secondo grado ai 24 mesi. Formalmente, esso non origina un rapporto di lavoro, per cui non prevede alcuna retribuzione. Risulta essere facoltà dell’azienda ospitante erogare allo stagista un rimborso spese, il quale sarà sottoposto a ritenuta d’acconto del 20% ai fini Irpef.

Che il contratto di stage venga individuato dal legislatore quale preziosa opportunità per avvicinare i giovani al lavoro lo conferma anche la legge che consente alle imprese che ospitano stagisti provenienti dal Sud Italia di detrarre in tutto o in parte dalle tasse le spese relative allo stage, ovvero quelle di vitto e alloggio. I giovani meridionali sono, infatti, i più colpiti dal fenomeno gravissimo della disoccupazione giovanile, con una percentuale in cerca di occupazione di oltre 50% per la fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni. Le norme in materia mirano, quindi, a incentivare le aziende a inserire tra il proprio personale, magari dopo un periodo di stage, proprio i giovani del sud, in modo da ridurne il tasso di disoccupazione.

Detto ciò, spesso il contratto di stage si traduce per l’impresa in una convenienza ad assumere lavoratori, senza offrire loro alcuna retribuzione, magari in sostituzione di una dipendente in maternità o per i periodi di picchi della produzione. Non vi è dubbio, infatti, che molto più di un contratto di collaborazione o di un’assunzione mascherata con l’obbligo di apertura di partita IVA, lo stage sia economicamente più competitivo. Nei fatti, però, molti stagisti, quando si accorgono che nei loro confronti non viene garantita alcuna reale formazione, divenendo semplice manovalanza a costo zero per imprese approfittatrici, rescindono il contratto ancora prima che questi finisca. I limiti imposti dal legislatore per le imprese di dimensioni non minime, oltre i 20 dipendenti, si pongono proprio l’obiettivo di disincentivare i datori di lavoro dall’utilizzare il contratto di stage quale alternativa per le assunzioni, altrimenti verrebbe meno la sua utilità, che ricordiamo consistere in un periodo di formazione per il tirocinante, in modo che successivamente questi possa avere quelle conoscenze pratiche ed esperienza minime per trovare un lavoro presso la stessa impresa ospitante o in un’altra.

Il contratto di stage, secondo la legge n.1859/62 è rivolto a tutti i soggetti che abbiano espletato l’obbligo scolastico e che si trovino nella condizione di disoccupato, inoccupato, appartenente alla UE anche extra comunitario, sempre che il suo paese d’origine offra condizioni di reciprocità. A potere promuovere un contratto di stage sono i centri, le agenzie e le sezioni circoscrizionali per l’impiego, gli istituti scolastici e gli atenei universitari, i provveditorati agli studi, gli organismi scolastici pubblici e non che rilascino titoli di studio legalmente validi, enti pubblici o a partecipazione pubblica che si occupino di formazione professionale, enti che offrono servizi di inserimento al lavoro per gli invalidi, organizzazioni no profit e cooperative sociali.

Il numero massimo di tirocinanti ospitabili in un’azienda è di uno per le realtà produttive fino a 5 dipendenti a tempo indeterminato, di 2 per le aziende con un numero di dipendenti a tempo indeterminati compreso tra 6 e 19, del 10% del numero dei dipendenti assunti a tempo indeterminato per le aziende dai 20 lavoratori in su.

A conferma dell’importanza assegnata dal legislatore allo strumento, si pensi che da anni il contratto di stage è obbligatorio per i corsi di studi universitari, sia per quelli di primo livello che per quelli di secondo livello. Prima di conseguire il titolo, lo studente è tenuto a sostenere un periodo di praticantato presso un’azienda pubblica o privata, svolgendo un progetto formativo relativo al corso frequentato. I risultati di questo obbligo, tuttavia, per il momento appaiono deludenti. Gli studenti e gli stessi professori universitari vedono il più delle volte nello stage solamente una formalità burocratica da espletare per il conseguimento del titolo, specie nelle zone economicamente più depresse d’Italia. Gli stessi enti ospitanti si limitano a garantire spesso l’offerta delle ore minime di stage previste, ma senza un reale scopo formativo e senza alcuna prospettiva veritiera di tenere il tirocinante in considerazione per una possibile assunzione al termine del periodo di praticantato. Chiaramente, non parliamo di tutti casi, ma di una parte abbondante di essi. L’imposizione di uno stage per legge, dunque, non pare stia funzionando, per quanto la legislazione sia da ritenersi positiva per via del tentativo di avvicinare due mondi purtroppo distanti, quello della scuola e l’altro del lavoro.

Il modello di contratto di stage presente in questa pagina può essere scaricato e modificato in base alle proprie esigenze.

Lettera di Diffida – Fac Simile e Guida

La lettera di diffida consiste in una richiesta, che un soggetto effettua a un altro, di porre in essere un’azione o di astenersi dal compierla. Essa assume rilevanza giuridica nel caso in cui sia stata redatta in maniera corretta, perché l’inosservanza della richiesta da parte del destinatario consente al mittente di utilizzare i mezzi legali per agire contro l’altra parte, rivolgendosi alle autorità.

Una lettera di diffida può essere inviata dal creditore a un debitore, per fare in modo che questi provveda entro un termine congruo a pagare il debito residuo o parte di esso. Con essa si può anche chiedere al proprietario di un terreno confinante dall’astenersi di sconfinare nel proprio appezzamento di terreno o di raccoglierne i frutti. Si può chiedere a un vicino di casa dall’astenersi dal continuare a porre in essere rumori molesti in determinate fasce orarie, per esempio, in caso di lavori di ristrutturazione.

Attenzione, perché la lettera di diffida è una semplice richiesta e non ci si può spingere oltre. La stessa avvocatura, per esempio, nel codice forense, all’art.48, autorizza i propri iscritti a redigere lettere di diffida in rappresentanza dei propri clienti, ma limitandosi a segnalare al destinatario le conseguenze legali alle quali andrebbe incontro, senza minacce di azioni sproporzionate.

Detto questo, quando ci si rivolge a un avvocato per cercare di fare valere le proprie ragioni contro un altro soggetto, questo generalmente ci consiglia per prima cosa di inviargli una lettera di diffida, invece che passare subito alle azioni legali, in modo da testare se si ha davanti una persona ragionevole, evitando le lungaggini tipiche di una battaglia giudiziaria, il cui esito sarebbe, peraltro, non scontato. A questo punto si redigere la lettera, nella quale bisogna indicare le generalità proprie e, in maniera chiara e sintetica, le ragioni della diffida, ovvero l’oggetto. Il tono deve essere quanto più neutrale possibile, nel senso che non bisogna farsi prendere dall’astio e dall’irritazione, anche se si ha ragione, ma si deve cercare di indicare i fatti alla base della richiesta senza minacce. L’assistenza di un avvocato garantisce certamente che il testo sarà redatto con le espressioni opportune.

Vediamo cosa accade nel momento in cui la lettera di diffida viene inviata?.Il diffidato spesso è solito rivolgersi a sua volta a un altro avvocato, non fosse altro per cercare di mettersi al riparo da eventuali azioni legali. Contrariamente a quanto si pensi, non è un fatto negativo, perché ciò spinge a una trattativa tra professionisti, i quali sono più portati a intavolare trattative e a raggiungere un accordo. Dunque, si crea un dialogo tra i rappresentanti delle parti, che potrebbe sfociare in un’intesa, che da un lato eviti il ricorso alle azioni legali e che dall’altro soddisfi il diffidante, grazie al compimento dell’azione richiesta o alla sua astensione da parte del diffidato.

Un caso interessante di diffida è quella a adempiere un’obbligazione derivante dalla stipulazione di un contratto. Dopo le dovute sollecitazioni, se la controparte contraente non adempie a una sua obbligazione, la parte adempiente può decidere di inviarle una lettera di diffida, intimandole una sorta di termine. Questo è previsto dall’art.1454 del Codice Civile, che stabilisce che alla parte inadempiente l’altra può intimare per iscritto di adempiere in un congruo termine, con dichiarazione che, decorso inutilmente detto termine, il contratto si intenderà risoluto. Il termine non può essere inferiore a 15 giorni, salvo diversa pattuizione delle parti o salvo che, per la natura del contratto o secondo gli usi, risulti congruo un termine minore. Decorso il termine senza che il contratto sia stato adempiuto, questo è risoluto di diritto.

In questi casi, per fare in modo che la lettera di diffida abbia valore legale, il documento deve essere inviato tramite raccomandata e contenere l’intimazione ad adempiere, l’indicazione di un termine congruo e, salvo eccezioni, non inferiore a 15 giorni, come previsto dal legislatore, oltre che la dichiarazione che il contratto si intende risoluto nel caso di inadempimento.

Facciamo l’esempio di un acquirente di un immobile, che prima ancora di fare il rogito notarile si accorge del vizio della cosa, come la mancata esecuzione della costruzione dello stesso da parte dell’impresa edile a regola d’arte o in modo diverso da quello che era stato pattuito. Lo stesso dicasi per il caso di scoperta di uno o più vizi dopo la consegna dell’immobile, qualora essi risultino conseguenza dei lavori di costruzione. Anche in questo caso l’acquirente deve inviare alla società costruttrice una lettera di diffida, dove riporterà i dati del mittente, quelli del destinatario, l’oggetto della diffida, descrizione dei fatti contestati, diffida ad intervenire al più presto per la risoluzione dei problemi evidenziati, pena la denuncia alle autorità competenti.

Lo schema resta sempre lo stesso, quale che sia la ragione alla base della diffida. L’importante, lo ribadiamo, è che oltre a contenere tutti gli elementi formali richiesti, il tono della lettera sia non intimidatorio, ma quanto più neutrale possibile e che ci si affidi a un professionista, che avendo conoscenze in materia, sia in grado di redigere una missiva corretta nella forma e nella sostanza.