Domanda di Ammissione al Passivo – Guida e Modello

La domanda di ammissione al passivo è quella con la quale si chiede di ammettere il proprio credito al passivo di un fallimento. Essa deve essere presentata tempestivamente, entro 30 giorni prima dell’udienza di verifica dei crediti, la cui data viene fissata con la sentenza di dichiarazione del fallimento. Tuttavia, la domanda può essere presentata anche successivamente, sempre che sia entro un anno dalla data del fallimento.

In questo caso si considera tardiva, ma resta efficace, anche se può essere soggetta a limitazioni nella ripartizione dell’attivo fallimentare per la parte già distribuita, ovvero della massa di beni e crediti risultanti in capo al soggetto fallito. Questo significa che se si presenta dopo il termine dei 30 giorni, ma entro l’anno dalla data del fallimento, la domanda di ammissione al passivo, si conserva ugualmente il diritto di partecipare alla distribuzione della massa attiva del fallito, ma se è avvenuta una previa distribuzione tra i creditori, che avevano già presentato domanda, si è persa l’opportunità di attingere a quella massa attiva.

La domanda deve essere inviata tramite posta elettronica certificata all’indirizzo mail del curatore. Nelle stesse modalità vanno inviati i documenti da allegare alla domanda. I titoli di credito come assegni e cambiali e quelli esecutivi come il decreto ingiuntivo o la sentenza devono essere depositati, invece, in originale presso la cancelleria del Tribunale territorialmente competente.

Si consiglia di predisporre la domanda in forma cartacea, stamparla e firmarla. Se ci si rivolge a un avvocato, sarà sua cura redigerla e provvedere alla firma. A questo punto, estrarre una copia informatica in uno dei formati più diffusi, fare lo stesso per i documenti allegati e inviarli tutti come allegato al messaggio di posta elettronica certificata da inviare al curatore.

La domanda, redatta in carta semplice, deve contenere l’indicazione della procedura a cui si intende partecipare, le generalità del creditore, l’indicazione della somma che si pretende far ammettere al passivo del debitore, cercando possibilmente di non omettere gli interessi, una sintetica esposizione dei fatti alla base della pretesa, l’indicazione dell’eventuale titolo di prelazione. In assenza di una tale segnalazione, il credito si considera chirografario, ossia non idoneo a determinare alcun diritto di prelazione, ma comunque viene ammesso ugualmente all’insinuazione del passivo. La domanda di ammissione al passivo non è soggetta al pagamento del contributo unificato e dei diritti.

Dunque, quando si intende presentare una domanda di ammissione al passivo, per prima cosa bisogna comprendere se si è titolari di un diritto di credito privilegiato o chirografario, perché nel primo caso si gode del privilegio, appunto, di venire soddisfatti con precedenza rispetto ai creditori non assistiti da tale diritto. Con la domanda, il creditore presenta agli organi del fallimento l’istanza di insinuazione al passivo, ovvero chiede di essere incluso nella lista dei creditori, ai quali sarà distribuita la massa attiva del soggetto fallito.

A questo punto, il curatore fallimentare redige le liste dei creditori e dei titolari di diritti sui beni mobili e immobili. Successivamente, deposita il progetto di stato passivo presso la cancelleria con anticipo di almeno quindici giorni dalla data fissata per la prima udienza. In questo modo, i soggetti che hanno già presentato la domanda possono eventualmente integrarla con ulteriori documenti fino all’udienza.

All’udienza per l’esame del passivo, il giudice esamina ciascuna richiesta separatamente dalle altre e decide con decreto succintamente motivato se ammetterla del tutto, in parte o se rigettarla per inammissibilità. In questo caso non è escluso il diritto della parte di ripresentare la domanda. Esaurita la fase di esame del passivo, il giudice rende esecutivo lo stato. Il curatore effettua la comunicazione a tutti i creditori, in modo che possano prendere visione delle decisioni del giudice ed eventualmente proporre opposizione, nel caso di mancato accoglimento della richiesta di ammissione al passivo.

Abbiamo visto come i lavoratori che vantino arretrati con riguardo alle loro retribuzioni siano considerati creditori privilegiati. In questi casi, è necessario indicare le mensilità non riscosse e segnalare l’importo per ciascuna di essa, al netto dei contributi previdenziali, ma al lordo delle imposte. Ciò implica, che la retribuzione deve essere calcolata scorporando l’aliquota di circa il 9%, corrispondente alla parte del contributo previdenziale a carico del lavoratore. La ragione per la quale queste somme vanno indicate al lordo delle imposte è data dal fatto che il curatore fallimentare funge da sostituto d’imposta, per cui è suo compito versare i tributi all’Erario.

Infine, esistono anche le domande ultra tardive, quelle presentate a distanza superiore di dodici mesi dalla data del fallimento. In generale, non sono più ammissibili, tranne che il creditore non sia in grado di dimostrare che il ritardo nella presentazione della domanda di ammissione al passivo non sia dipeso da una sua colpa, cosa che risulta essere difficile.

Atto di Precetto – Guida e Fac Simile

In questa guida spieghiamo in cosa consiste l’atto di precetto e mettiamo a disposizione un fac simile da scaricare.

L’atto di precetto consiste nell’intimare al debitore di adempiere all’obbligo previsto nel titolo esecutivo entro un termine non inferiore a dieci giorni, facendo presente che, decorso infruttuosamente il termine, si procederà con l’esecuzione forzata senza ulteriori avvisi. L’art.480 del codice di procedura civile disciplina proprio questo aspetto, prevedendo, a pena di nullità, che il precetto debba indicare le parti, la data di notificazione del titolo esecutivo, se questa è fatta separatamente, oppure la trascrizione integrale del titolo, quando è richiesta dalla legge. In questo caso, prima della relazione di notificazione, l’ufficiale giudiziario deve certificare che la trascrizione corrisponda proprio al titolo originale. L’atto di precetto deve anche contenere l’avvertimento, che il debitore può rimediare alla situazione di sovra indebitamento, avvalendosi di un organismo di composizione della crisi o di un professionista nominato dal giudice, concludendo con i creditori un accordo di composizione della crisi o proponendo a questi un piano del consumatore. Questo obbligo è una previsione legislativa recente, che modifica il secondo comma del suddetto articolo, mirante a facilitare la riscossione del credito, attraverso l’ausilio di professionisti, così come a rendere più agevolare per il debitore il raggiungimento di un accordo con il creditore. La previsione rientra in un cosiddetto pacchetto normativo anti credit crunch.

L’atto di precetto deve anche contenere la dichiarazione di residenza o l’elezione di domicilio della parte istante nel comune in cui ha sede il giudice competente. In assenza, l’opposizione al precetto si propone dinnanzi al giudice del luogo in cui è avvenuta la notificazione, mentre le notificazioni alla parte istante si presentano presso la cancelleria del medesimo giudice.

Per quanto scritto sopra, il termine entro cui adempiere non può essere inferiore ai 10 giorni. Se è inferiore, è come se non fosse stato assegnato. Di solito, viene anche indicato l’importo del debito dovuto, ma dall’art.480 c.p.c. non emerge tale obbligo. Se la parte istante indica nel precetto una somma inferiore a quella vantata a credito, non significa che essa abbia rinunciato alla differenza, in quanto ha la possibilità di richiederla successivamente. Al contrario, capita spesso che la somma richiesta risulti superiore al credito vantato, ciò, in quanto la parte istante aggiunge anche gli interessi e le spese sostenute per il precetto.

La data di notifica del titolo esecutivo, poi, deve essere indicata, solo se questi sia stato notificato separatamente dal precetto, altrimenti potrà essere omessa, senza che ciò presupponga la nullità dell’atto. Sarà obbligatoria, pena nullità del precetto, l’indicazione esatta degli estremi del titolo esecutivo. La trascrizione di un titolo come la cambiale o l’assegno non deve essere per forza integrale, anche perché può ottenersi con una fotocopia, munita di certificazione di conformità da parte dell’ufficiale giudiziario. Bisogna trascrivere anche il protesto, infine, qualora si pretenda non solo il pagamento della somma capitale del debito, ma pure gli interessi e le spese di protesto. Risulta essere opinione prevalente in dottrina, che l’atto di precetto non sia di tipo processuale, per cui può essere sottoscritto o dal difensore o personalmente.

Una volta effettuata la notifica, l’espropriazione forzata deve iniziare entro i successivi 90 giorni, trascorsi i quali, il precetto non è più efficace. Nel caso in cui esista il pericolo di ritardo nell’adempiere all’obbligazione, il creditore può chiedere al giudice l’autorizzazione a procedere all’esecuzione immediata, senza la necessità di dovere attendere i suddetti 10 giorni. L’autorizzazione viene concessa con o senza cauzione per decreto, posto in calce al precetto e trascritto dall’ufficiale giudiziario nella copia da notificare. Il termine dei 10 giorni deve considerarsi in relazione a un debito già scaduto o comunque esigibile alla data di notificazione del precetto.

Nel caso in cui l’ufficiale giudiziario che esegue la notifica non sia territorialmente competente, l’atto di precetto è nullo. Tuttavia, la nullità viene corretta dall’eventuale opposizione dell’intimato. Qualora la somma indicata dalla parte istante nell’atto di precetto sia eccessiva, ossia superiore a quella effettivamente dovuta dall’intimato, anche considerando gli interessi e le spese legali, l’atto non è nullo, in quanto sarà compito del giudice, su opposizione del debitore, effettuare una cognizione ordinaria e fissare la minore somma realmente vantata a credito e, quindi, esigibile dalla parte istante.

In fatto di spese relative alla notifica del titolo esecutivo e del precetto, il loro pagamento è a carico del debitore, che si è reso inadempiente rispetto all’obbligazione contenuta nel titolo medesimo, qualora siano state sostenute dal creditore e il precetto sia stato anche solo consegnato per la notifica all’ufficiale giudiziario, se in quel momento permane l’inadempimento del debitore. La conseguenza è che se il debitore provvede a pagare il debito, ma non anche le spese relative al precetto, prima di ricevere la notifica, il creditore conserva il diritto di farsi rimborsare anche le spese sostenute per il precetto, tranne che non si dimostri che abbia agito in violazione del dovere di lealtà processuale.

Opposizione a Precetto – Termini e Modello da Scaricare

In questa guida spieghiamo quali sono i termini dell’opposizione a precetto e mettiamo a disposizione un modello da scaricare.

L’opposizione a precetto è un atto giuridico, che rientra tra le opposizioni all’esecuzione, che consiste nella contestazione da parte del debitore o di un terzo dell’istanza con cui la controparte intende ottenere l’esecuzione forzata. La materia è regolata dal Codice di Procedura Civile agli artt. 615 e 616.

Il primo così recita, Quando si contesta il diritto della parte istante a procedere ad esecuzione forzata e questa non è ancora iniziata, si può proporre opposizione al precetto con citazione davanti al giudice competente per materia o valore e per territorio a norma dell’art.27. Il giudice, concorrendo gravi motivi, sospende su istanza di parte l’efficacia esecutiva del titolo.

Quando è iniziata l’esecuzione, l’opposizione di cui al comma precedente e quella che riguarda la pignorabilità dei beni si propongono con ricorso al giudice dell’esecuzione stessa. Questi fissa con decreto l’udienza di comparizione delle parti davanti a sé e il termine perentorio per la notificazione del ricorso e del decreto.

L’opposizione all’esecuzione presuppone la verifica preliminare da parte del giudice della sussistenza delle condizioni dell’azione esecutiva, ovvero se esiste un titolo esecutivo, se esso è idoneo a dare origine all’esecuzione, se i beni sono pignorabili. L’opposizione agli atti esecutivi ha come oggetto, invece, la verifica della regolarità di tali atti.

Come abbiamo letto al primo comma dell’art.615 c.p.c., quando l’esecuzione non è ancora iniziata, l’opposizione all’esecuzione si propone con l’opposizione al precetto. Si tratta di una tutela garantita al debitore opponente, al quale sia stata solo notificata l’esecuzione per mezzo del titolo esecutivo e del precetto. L’opposizione deve essere formulata, in questi casi, con un atto di citazione davanti al giudice competente. A questo punto, il giudice verifica se in presenza di gravi motivi, l’esecutività del titolo vada o meno sospesa.

Nel primo comma sopra citato, quindi, troviamo disciplinata la cosiddetta opposizione preventiva, ovvero non all’esecuzione, ma alla notifica del precetto, tramite la quale la parte istante intende ottenere dal giudice l’esecuzione ai danni del debitore citato. Nel giudizio di opposizione, il debitore riveste i panni di attore, mentre in materia di lavoro e previdenza, l’opposizione riveste la forma del ricorso.

Passando al secondo comma, si ha la disciplina del caso in cui l’esecuzione sia già iniziata. In questo caso, l’opposizione si presenta al giudice dell’esecuzione, già individuato, per cui essa assume la forma del ricorso. A questo punto, il giudice fissa la data della prima udienza di comparizione delle parti e il termine entro il quale il debitore opponente deve notificare il ricorso e il decreto di fissazione dell’udienza. Risulta essere durante questa prima udienza che il giudice valuterà in ordine alla sospensione dell’esecuzione in corso.

Quanto ai beni, sono impignorabili quelli che per legge non possono essere sottoposti a esecuzione, artt. 514, 515 e 516 c.p.c., e quelli che risultano pertinenze di beni estranei all’esecuzione. Il giudizio di opposizione si conclude con una sentenza di accoglimento o di rigetto. Nella prima ipotesi, l’esecuzione sarà fermata e se il creditore procedente sarà ritenuto in mala fede, sarà tenuto al pagamento delle spese. Nella seconda ipotesi, è il debitore opponente ad essere condannato al pagamento delle spese, mentre l’esecuzione potrà procedere.

Lo scopo dell’opposizione al precetto, quindi, consiste nella tutela accordata al debitore opponente contro la richiesta di esecuzione del creditore procedente, nel caso esso la consideri ingiusta. L’opposizione all’esecuzione dà origine a un processo autonomo, nel corso del quale il giudice valuterà l’esistenza del titolo esecutivo e della sua idoneità a produrre effetti esecutivi, oltre che della sussistenza di beni impignorabili.

L’opposizione preventiva essere accompagnata da un’istanza di sospensione dell’efficacia del titolo esecutivo. Questa può essere una sentenza o un atto equiparato, una scrittura privata autenticata, una cambiale, un atto ricevuto dal notaio o altro pubblico ufficiale. Il giudice, valutata la sussistenza di eventuali gravi motivi, come il periculum in mora, ovvero il pregiudizio subito dal debitore esecutato con l’esercizio dell’esecuzione, oltre che il fumus bon iuris, cioè le apparenti buone ragioni addotte dal debitore opponente per arrestare la fase esecutiva, può concedere a questo la sospensione. Nel caso, l’eventuale pignoramento dei beni del debitore già eseguito sarebbe nullo per mancanza di titolo esecutivo e la nullità è rilevabile d’ufficio da parte del giudice stesso o su istanza di parte o ancora per nuova opposizione all’esecuzione. Con decreto 27 giugno 2015 n.83 è stato anche stabilito, che se il debitore si oppone solo a una parte del diritto del creditore procedente, la sospensione riguarderà solo la parte contestata.

Dunque, l’opposizione al precetto rappresenta una tutela nei riguardi del debitore oggetto di richiesta di esecuzione. Si pensi, per esempio, a chi non abbia provveduto a pagare le spese condominiali. Una volta ricevuta la notifica del precetto, si hanno dieci giorni di tempo per provvedere al pagamento, altrimenti il creditore potrebbe procedere alla richiesta di pignoramento dei beni mobili in casa del debitore o del suo conto corrente. Detto ciò, è anche vero che la notifica del precetto è generalmente un atto estremo, che arriva dopo svariate sollecitazioni disattese, anche se in alcuni ambiti potrebbe essere un’azione più immediata, come nel caso di mancato pagamento di una cambiale alla scadenza o di emissione di un assegno senza i sufficienti fondi di provvista sul conto corrente collegato.

Abbiamo visto come sia possibile proporre opposizione al precetto, ma se il titolo esecutivo sulla base del quale la notifica era avvenuta da parte del creditore procedente è una sentenza inappellata o contro la quale non si è fatto ricorso in Cassazione, non è possibile più riproporre le motivazioni di censura, che si sarebbero dovute presentare al giudice, altrimenti l’azione equivarrebbe a una riapertura dei termini per il ricorso in appello o in Cassazione. Pertanto, l’opposizione deve avvenire sulla base di vizi del titolo esecutivo e non della contestazione della sostanza. Per esempio, una sentenza di condanna al pagamento delle spese conterrebbe calcoli errati, per cui giustamente il debitore ritiene di non essere almeno in parte tenuto ad eseguirla.

Caso diverso si ha, invece, quando l’opposizione è contro un titolo esecutivo di natura stragiudiziale, come una cambiale o un assegno. In queste situazioni è possibile contestare non solo i vizi formali, bensì anche la sostanza. Per contestare la legittimità formale o sostanziale del precetto, il debitore ha due strade da percorrere. Con l’opposizione all’esecuzione contesta il diritto del creditore a procedere all’esecuzione e a pignorare i suoi beni. Si contesta, in altre parole, la validità del titolo esecutivo. Non vi sono termini entro cui presentare tale opposizione, che può avvenire, quindi, anche in piena esecuzione in corso o avvenuta.

Con l’opposizione agli atti esecutivi, invece, si contestano i vizi formali o processuali dei singoli atti dell’esecuzione. In questi casi, il ricorso va presentato entro 20 giorni dalla data della notifica. Per quanto appena scritto, è molto importante comprendere se si ricade nella prima o nella seconda fattispecie, perché in questo secondo caso vi sono termini da rispettare.

Ecco di seguito alcuni esempi di possibile opposizione al precetto, tramite opposizione all’esecuzione, sentenza di primo grado, la cui efficacia esecutiva sia stata sospesa in attesa del giudizio di appello, assegno emesso da oltre 6 mesi o cambiale emessa da oltre 3 anni, vizi formali della sentenza, magari non firmata dal giudice, cambiale priva della marca da bollo.

Cessione del Credito – Guida e Fac Simile

In questa guida spieghiamo in cosa consiste la cessione del credito e mettiamo a disposizione un fac simile da scaricare.

Per cessione del credito intendiamo un accordo con il quale un creditore trasferisce a un terzo il suo credito. Questa azione è disciplinata dall’art.1260 del Codice Civile, che recita Il creditore può trasferire a titolo oneroso o gratuito il suo credito, anche senza il consenso del debitore, sempre che il credito non abbia carattere strettamente personale o il trasferimento non sia vietato dalla legge. Le parti possono escludere la cedibilità del credito, ma il patto non è opponibile al cessionario, se non si prova che egli lo conosceva al tempo della cessione.

Dunque, l’accordo è un contratto di trasferimento della posizione creditoria tra il creditore originario, detto cedente, e il terzo acquirente del credito, detto cessionario. Il consenso del debitore, per quanto abbiamo letto, non è necessario, dato che per lui avrà poca importanza ottemperare all’obbligazione nei confronti di Tizio o di Caio, ma il Codice prevede un caso particolare, per cui sarà necessario il suo consenso al trasferimento, ovvero quando il credito ha carattere strettamente personale.

Non ci sono, per il resto, particolari limitazioni al trasferimento di un credito, se non che il cedente debba essere l’effettivo titolare del diritto di credito che intende trasferire a terzi. Non possono essere oggetto di cessione i diritti a carattere strettamente personali, come i crediti alimentari e gli altri indicati all’art.1261 c.c. Questi recita che I magistrati dell’ordine giudiziario, i funzionari delle cancellerie e segreterie giudiziarie, gli ufficiali giudiziari, gli avvocati, i procuratori, i patrocinatori e i notai non possono, neppure per interposta persona, rendersi cessionari di diritti sui quali è sorta contestazione davanti l’autorità giudiziaria di cui fanno parte o nella cui giurisdizione esercitano le loro funzioni, sotto pena di nullità e dei danni.

Si vuole in questo modo impedire il venire meno dell’imparzialità a cui sarebbero tenuti alcuni soggetti, che esercitano le professioni sopra elencate, nel caso in cui si rendano cessionari di alcuni diritti di credito, sui quali pende il giudizio dell’autorità giudiziaria. Si pensi all’esempio estremo di un debitore ceduto, che contesti l’esistenza di un credito, che nel frattempo sia stato trasferito in capo al magistrato, chiamato a decidere sul caso.

Vediamo quali sono, invece, i crediti di natura strettamente personale. Si tratta di crediti, legati ai rapporti familiari, non trasmissibili per legge, oppure quelli per volontà contrattuale delle parti, come in alcuni casi il rapporto sociale. Dunque, parliamo dei crediti alimentari e quelli del socio contro la società, poiché non è giuridicamente possibile separare il credito dall’accessorio, non sarà consentito il trasferimento di un credito senza la fideiussione.

Di regola, la cessione di un credito non comporta l’adozione di una formalità particolare o un requisito di forma, tranne che ciò non sia giustificato dal negozio sottostante il contratto. Risuta essere richiesto semmai che il trasferimento del credito sia notificato al debitore ceduto, per fare in modo che questi sappia verso chi adempiere all’obbligazione. La cessione ha effetto nei confronti di questo, quando l’abbia accettata o gli sia stata notificata, ma anche prima della data di notificazione, se il debitore ceduto paga al cedente non è liberato dall’obbligazione, se si prova che egli fosse già a conoscenza del trasferimento del credito.

Invece, se il debitore paga il cedente in buona fede, prima che sia venuto a conoscenza della cessione, viene liberato dall’obbligazione, in quanto non è tenuto a verificare che il creditore sia realmente tale, così come risulta essere libero dall’obbligazione anche quando paga il cessionario prima ancora della notificazione, avendo avuto notizia certa da terzi del trasferimento del credito.

La notifica della cessione ha effetti anche verso terzi. Il cedente deve consegnare al cessionario i documenti che provino l’esistenza del credito in suo possesso e se è stata ceduta anche solo una parte del credito, il cedente deve consegnare al cessionario una copia autentica dei documenti.

Al cessionario viene trasferito il credito con tutti i diritti che spettavano al creditore originario, come privilegi, garanzie personali, reali e altri diritti accessori, ma allo stesso tempo il debitore ceduto potrà opporre nei confronti del primo le stesse eccezioni opponibili verso il creditore originario.

Il trasferimento di un credito porta i rischi derivanti dall’obbligazione, come l’inesistenza stessa del credito. Per questo, se la cessione avviene a titolo oneroso, il codice prevede che il cedente debba garantire il cedente sull’esistenza del credito, ma la garanzia può essere esclusa per patto, restando nel caso il creditore originario ugualmente obbligato verso il cessionario.

Qualora la cessione avvenga a titolo gratuito, invece, la garanzia è dovuta solo nei casi in cui la legge pone a carico del donante quella per l’evizione. Esistono due tipi di cessione del credito, pro soluto e pro solvendo. Con il primo, il cedente garantisce al cessionario l’esistenza del credito al momento della cessione e l’inesistenza di cause di nullità, annullabilità o altri vizi, che potrebbero fare venire meno il credito. Con la formula pro solvendo, il creditore garantisce al cessionario sia l’esistenza del credito all’atto del suo trasferimento, ma anche la solvenza dello stesso. Pertanto, se il debitore non adempie alla sua obbligazione, il creditore cedente potrà essere chiamato a corrispondere al cessionario gli interessi, a rimborsare le spese della cessione e quelle sostenute da questo ultimo per escutere il debitore ceduto, oltre che a risarcire l’eventuale danno. La garanzia non ha efficacia, però, se la mancata riscossione del credito dipende dalla negligenza del cessionario, il quale non abbia, ad esempio, esperito contro il debitore le azioni dovute per l’adempimento dell’obbligazione. Sono nulli i patti, finalizzati ad aggravare le responsabilità del creditore cedente.

Le cessioni del credito sono frequenti tra società. Immaginiamo che un’azienda non sia in grado di riscuotere uno o più crediti, oppure che trovi più conveniente cedere tali posizioni a una società specializzata nel cosiddetto factoring. A questo punto, la società cessionario o factor diviene il nuovo creditore del debitore o dei debitori ceduti, avendo acquistato dall’azienda i crediti sottostanti a un prezzo inferiore a quello nominale, dato che dovrà scontare sia il rischio di insolvenza, sia anche le spese per le commissioni, i solleciti e la gestione, oltre che gli interessi dovuti per la riscossione posticipata rispetto al momento del trasferimento.

Così facendo, l’azienda cedente potrà riscuotere in anticipo rispetto alle scadenze i crediti ceduti, anche se a percentuali inferiori al valore nominale inizialmente atteso. Il cessionario, invece, grazie alla sua esperienza consolidata nel settore e alla specializzazione nella riscossione dei crediti, potrà minimizzare i costi di gestione e procedere così alla riscossione con efficienza maggiore di quella che avrebbe potuto mostrare il creditore originario.

Nel caso di cessioni pro solvendo, però, l’azienda cedente resta ugualmente esposta al rischio di credito. La conseguenza è che generalmente si adotterà una politica del seguente tipo, cedere con la formula pro solvendo i crediti considerati maggiormente sicuri, sostanzialmente avendo la certezza di non restare esposti al rischio insolvenza dopo il trasferimento, utilizzare la formula pro soluto per i crediti maggiormente a rischio, quelli posseduti magari verso soggetti di fatto insolventi, ma con la conseguenza naturale che essi dovranno essere ceduti alle società specializzate a un valore infimo del loro prezzo originario. Si consideri, infatti, che le banche o le agenzie finanziarie hanno ceduto i prestiti più a rischio alle società di riscossione anche al 5% del loro valore originario, dovendo scontare queste ultime un rischio di insolvenza quasi totale.

Lodo Arbitrale – Guida e Modello

Il lodo arbitrale, o anche semplicemente lodo, è in diritto un negozio giuridico, simile alla sentenza, con cui si conclude un arbitrato. Esso è regolato dal Libro IV, Capo IV del codice di procedura civile. Da non confondere il lodo arbitrale con l’espressione giornalistica impropriamente utilizzata in Italia per alcune leggi varate dal nostro Parlamento.

Il termine lodo deriva dal latino laudum e significava l’approvazione del signore feudale. Il verbo lodare fu utilizzato nel Medioevo con il significato di arbitrare. Oggi, il lodo designa la decisione emessa da arbitri imparziali, che pongono fine al conflitto tra due parti.

Secondo il codice civile, al termine del procedimento arbitrale, l’arbitro è tenuto a depositare il lodo presso la cancelleria del tribunale nel termine perentorio di cinque giorni. Senza il deposito, il lodo è giuridicamente inesistente e, pertanto, non ha efficacia negoziale tra le parti. Queste non possono così nemmeno avviare un’azione ordinaria come per i casi di violazione di un contratto, potendosi limitare a un’azione risarcitoria nei confronti dell’arbitro inadempiente.

Effettuato il deposito, il pretore firma un decreto di esecutività, con il quale il lodo acquista efficacia esecutiva, ovvero produce gli effetti di una sentenza. Con la legge 9 febbraio 1983 n.28, il lodo diventa vincolante tra le parti dal momento della sua ultima sottoscrizione, mentre il deposito è facoltativo. Questo è pre condizione per il decreto di esecutività, ma sin da subito acquista valore di contratto. Dal 1994, anche l’impugnazione per nullità non è più sottoposta all’obbligo di deposito. Appena emesso, il lodo può essere impugnato per nullità. Non è un atto appellabile, ma impugnabile, quindi, solo in alcun casi di censura con impugnazione a critica vincolata.

Dal febbraio del 1998, la figura del pretore è stata soppressa in favore di quella del giudice del Tribunale per tutti i diritti civili sin dal 1999 e per anche quelli penali dal 2000.

In generale, il lodo può essere definito come quel provvedimento decisorio e conclusivo di un procedimento arbitrale, idoneo a risolvere la controversia sottoposta all’attenzione dell’arbitro. Uno dei problemi da sempre suscitati riguarda la sua efficacia, ovvero dell’assimilabilità del lodo a una sentenza emessa dal giudice.

La materia è stata oggetto di numerosi interventi legislativi, tra cui la riforma del 2006. Questa con l’articolo 824 bis del cpc ha equiparato il lodo alla sentenza pronunciata dall’autorità giudiziaria, salvo le limitazioni contenute nell’art.825. Dal combinato dei due articoli emergerebbe, quindi, che il lodo gode degli effetti tipici di una sentenza per l’accertamento, la condanna, il suo carattere costitutivo, mentre non anche per quello esecutivo. Infatti, per fare in modo che il lodo sia anche un titolo esecutivo, è necessario che sia sottoposto al controllo dell’autorità giudiziaria.

Per fare in modo che sia esecutivo, la parte interessata deve attivare la procedura prevista dall’art.825 cpc, ovvero deve proporre istanza, depositando il lodo in originale o copia conforma insieme alla convenzione di arbitrato presso la cancelleria del Tribunale in cui si trova la sede dell’arbitrato. Il Tribunale esamina il lodo e lo dichiara esecutivo per decreto.

Tuttavia, il lodo ha un valore intrinseco, essendo, per esempio, anche adempiuto spontaneamente dalle parti, anche in assenza di un decreto di esecutività del giudice.

Va detto che l’intento della riforma del 2006 era quello di rendere sempre meno distante sul piano dell’efficacia il lodo rispetto alla sentenza emessa dal giudice, puntando a smaltire il carico di processi pendenti dinnanzi ai tribunali italiani.

Tuttavia, la giurisdizione non ha mutato orientamento, continuando a rimarcare la natura diversa del lodo rispetto alla sentenza con funzione giurisdizionale. Per esempio, è stato affermato che un procedimento arbitrale non andrebbe sospeso per la pendenza di un altro giudizio arbitrale sulla medesima controversia, data la sua natura privata, che non porrebbe problemi di coesistenza di più giudicati.

Da questo si desume che gli sforzi del legislatore sono stati quasi del tutto vanificati, anche perché è emerso come non sia esso a potere assegnare natura giuridica a un istituto, ma questa deve desumersi dal sistema complessivo. La conseguenza è che le decisioni degli arbitri non sarebbero affatto assimilabili alle sentenze dei giudici, dato che esse sono frutto del consenso degli interessati.

Il lodo ha natura privatistica e negoziale, per cui alla fine il legislatore ha equiparato l’istituto alla sentenza solo con riferimento al regime processuale, essendo la decisione arbitrale immodificabile da parte dell’arbitro che l’ha emessa e impugnabile solo attraverso gli strumenti previsti dall’art.827 cpc, non anche attraverso le ordinarie impugnazioni negoziali.

Resta il fatto che in dottrina esistono ancora oggi due orientamenti prevalenti contrapposti. Il primo equipara sostanzialmente il lodo alla sentenza, considerando che non vi sarebbe differenza tra sentenza e contratto risolutivo di una controversia. Il secondo qualifica il lodo come atto tipicamente negoziale, visto che la decisione si fonda sul consenso delle parti. Una terza impostazione minoritaria, infine, ritiene che il lodo arbitrale non sia una sentenza e un contratto.