Contratto Estimatorio – Modello e Guida

Il contratto estimatorio consiste nella consegna di uno o più beni mobili da parte del tradens all’accipiens e questO si obbliga a pagarne il prezzo, salvo che restituisca i beni nel termine stabilito. Come si capisce, non si tratta di un contratto di compravendita, anche se l’art.1557 del Codice Civile stabilisce che Chi ha ricevuto le cose non è liberato dall’obbligo di pagarne il prezzo, se la restituzione di esse nella loro integrità è divenuta impossibile per causa a lui non imputabile.

Come si può comprendere, si tratta della possibilità per una parte di ricevere una partita di merce, senza pagarla nell’immediato. Pensiamo ai contratti tra commercianti e fornitori, i primi hanno la necessità di ricevere merce in grande quantità, anche se non sempre possono confidare di rivenderla del tutto. Per questo, pattuiscono un termine entro il quale dovrà avvenire il pagamento per la parte non restituita. Funziona così, per esempio, per la vendita di giornali o anche di preziosi. Se non vi fosse questo tipo di contratto, non sarebbe possibile per un esercizio di piccole e anche medie dimensioni essere attivo nel campo commerciale, in quanto l’impresa dovrebbe disporre di un capitale cospicuo da anticipare per acquistare la merce prima che venga venduta.

Il contratto estimatorio è reale, nel senso che il tradens adempie alla sua obbligazione con la consegna della cosa all’accipiens, ma non per questo ottiene subito il pagamento del prezzo relativo, risultando necessario attendere il termine concordato per verificare quanta merce sia tornata indietro. Quella che è stata venduta dall’accipiens e, pertanto, non restituita, sarà pagata. Inoltre, il tradens rimane formalmente il proprietario dei beni consegnati all’accipiens, ma non potrà disporne fino a quando non gli verranno restituiti. Per esempio, un fornitore che ha consegnato a un esercente 1.000 kg di pasta, pattuendo la riconsegna dell’invenduto entro 90 giorni, non può nei tre mesi successivi alla consegna entrare in negozio e vendere per conto proprio la merce, nonostante sia ancora il proprietario.

Da parte sua, l’accipiens si prende il rischio di perimento della cosa, pure se per causa a lui non imputabile. Risulta essere tenuto a pagare il prezzo di stima al tradens alla scadenza pattuita per la merce non restituita, oppure dovrà riconsegnarla, per l’appunto. I suoi creditori non potranno sottoporre questa merce a sequestro o pignoramento fino a quando il prezzo non sarà pagato al tradens. Questa precisazione appare ovvia, se l’accipiens non è proprietario dei beni a lui consegnati dal tradens, è evidente che questi non possono essere oggetto di azioni pignoratizie o di sequestro da parte dei creditori.

Chiaramente, al termine pattuito, l’accipiens può anche trattenere la merce ancora invenduta, pagandone il prezzo stimato al tradens. Lo farà se ritiene che questi beni saranno verosimilmente venduti a breve e che non ha senso, pertanto, restituirli, disponendo della liquidità necessaria per l’acquisto e dello spazio in magazzino.

Le parti possono concordare un prezzo minimo di vendita e l’accipiens non può esimersi dal pagare questo alla scadenza, anche nel caso in cui abbia rivenduto la merce a un prezzo inferiore. Non è esonerato, tuttavia, dal pagare al tradens l’eventuale maggiore prezzo di vendita, fatto salvo il diritto di trattenere il proprio compenso.

Il contratto non prevede tra i suoi termini essenziali la fissazione di un termine entro cui deve avvenire il pagamento. Esso resta valido, anche nel caso in cui non sia stato fissato e non risulti dalle leggi o dagli usi. In sostanza, ci troveremmo davanti a un contratto a tempo indeterminato. Lo stesso dicasi per il caso dei prezzi, i quali non devono necessariamente essere stati stabiliti prima della consegna, risultando necessario solamente che essi siano almeno determinabili o che le parti abbiano concordato un prezzo minimo di vendita. Dunque, un contratto estimatorio potrebbe essere privo sia del termine entro cui consegnare i beni che del prezzo da corrispondere al tradens per i beni non restituiti.

Si faccia attenzione alla distinzione tra contratto estimatorio e quello in virtù del quale un commerciante acquista merce da un fornitore, potendola rivendere a un prezzo superiore rispetto a quello pagato per ottenere la stessa, lucrando sulla differenza. Infatti, nel primo il proprietario rimane sempre il tradens, ovvero colui che ha consegnato la merce, nonostante non possa disporne per tutto il periodo in cui essa si trova nella disponibilità dell’accipiens, che risulta così titolare di un diritto disgiunto da quello di proprietà. Non solo, perché l’accipiens non può essere considerato nemmeno proprietario delle somme incassate dalla cessione della merce ricevuta in consegna al prezzo minimo, in quanto tale corrispettivo non gli appartiene. Anche in questo caso, quindi, i creditori non possono rivalersi su tali incassi, risultando di proprietà dei creditori.

Quietanza di Pagamento – Fac Simile e Guida

La quietanza di pagamento è una dichiarazione scritta da parte del creditore che attesta il pagamento di una determinata obbligazione. Sul piano giuridico essa può essere considerata una dichiarazione di scienza, che può essere contestata dal creditore sotto il profilo della veridicità, ma che non può essere sottoposta a termine o condizione, non trattandosi di un negozio.

Abbiamo scritto che può esserne contestata la veridicità. Ci riferiamo a quelle ipotesi di simulazione della dichiarazione, ovvero quando il creditore intende dimostrare che le prestazioni quietate indicate non sarebbero state, invece, adempiute. Un altro caso di possibile contestazione si ha nel caso in cui la dichiarazione sia stata estorta con la violenza. Attenzione, perché non essendo un negozio, non se ne deve chiedere l’annullabilità, quanto l’inefficacia. Si pensi al caso limite di un creditore che venisse minacciato con la violenza per redigere una dichiarazione, in base alla quale sostiene di essere stato soddisfatto con riguardo a un dato debito di un debitore specifico.

Stando all’art.2735 del Codice Civile, la quietanza di pagamento può considerarsi una confessione stragiudiziale fatta all’altra parte o a chi la rappresenta, il cui valore è pari a quello di una confessione giudiziale. Se è resa a un terzo, il giudice la apprezza direttamente. Inoltre, essa non ammette testimoni, se verte su un oggetto che non ammette la prova testimoniale.

Quanto alla forma, la quietanza di pagamento deve essere scritta per atto pubblico o dichiarazione ricevuta dal notaio o da altro pubblico ufficiale. Non essendo, poi, un atto negoziale, non necessita, secondo parte della dottrina, di alcuna firma del creditore. Con riferimento al contenuto, invece, bisogna indicare espressamente il debito che si intende quietare, il nome del debitore, il rapporto obbligatorio, vale a dire la causale, riportando la data e la firma, con i dubbi citati in precedenza per questo elemento. La quietanza deve essere rilasciata dal creditore su richiesta del debitore e il primo non può esimersi dal redigere tale dichiarazione. Le spese sono a carico dell’acquirente.

La dichiarazione contenente la quietanza può essere riportata sul contratto stesso o su un altro documento, spedita per posta elettronica certificata o tramite raccomandata. Si sconsiglia, invece, l’uso della posta elettronica ordinaria, che non essendo certificata si presterebbe facilmente a contestazione.

Abbiamo scritto che risulta necessario indicare la causale, ovvero l’obbligazione alla quale si fa riferimento. Tuttavia, la sua assenza non comporta l’annullamento della dichiarazione, ma genererebbe confusione nel caso di sussistenza di diversi rapporti di debito credito tra le parti. Si pensi, per esempio, al caso di un’azienda e di un fornitore che intrattengono rapporti frequenti. Pertanto, se dalla quietanza non emerge con chiarezza la causale, si fa riferimento al rapporto obbligatorio più datato tra le parti.

La quietanza può essere rilasciata sia dal creditore che da un suo rappresentante o mandatario, sempre che sia munito del potere di quietanzare un pagamento, anche se il mandato è stato conferito successivamente all’avvenuto pagamento o in mani di terzi. Come detto, invece, può essere rilasciata spontaneamente dal creditore, oppure su richiesta del debitore adempiente.

Nel caso in cui il creditore dichiari di avere ricevuto il pagamento dell’intera somma vantata a credito, si parla anche di quietanza liberatoria, nel senso che libera in modo completo il debitore, essendo formalmente riconosciuto adempiente dalla controparte di un rapporto obbligatorio. In un simile caso, si intende che il creditore è stato soddisfatto anche con riferimento al versamento degli interessi dovuti. Al contrario, se il creditore dichiara di avere ricevuto parte del pagamento spettante, si è in presenza di una quietanza parziale, che ovviamente non libera il debitore per il debito residuo non ancora ottemperato. Si ha, poi, il caso di remissione del debito residuo, quando il creditore dichiara di avere ricevuto solo parte del pagamento che gli spetta, ma di non avere nulla più a pretendere. In pratica, egli condona il debito residuo, cosa non infrequente nelle relazioni commerciali, quando si chiude spesso un occhio sulle controprestazioni, al fine di non intaccare il rapporto con la clientela.

Riepilogando, la quietanza di pagamento è un atto unilaterale con cui il creditore dichiara di avere ricevuto l’ottemperanza da parte del creditore di un rapporto obbligatorio. Deve essere redatta in forma scritta, per atto pubblico o in qualità di dichiarazione ricevuta da un notaio o altro pubblico ufficiale, deve contenere i dati riferiti sia al debito che al nome del debitore, oltre che la causale. Infine, dovrebbe essere apposta la data e firmata, anche se non tutti concordano sulla necessità della sottoscrizione.

In questa pagina è possibile scaricare un fac simile di quietanza di pagamento da utilizzare come modello per questo documento.

Proposta Transattiva – Guida e Modello

La proposta transattiva è indicata dall’art.185-bis del Codice di procedura civile quale tentativo di conciliazione del giudice e formulata alle parti, con riguardo alla natura del giudizio, al valore della controversia e all’esistenza di questioni di facile e pronta soluzione di diritto. Come recita il medesimo articolo, la proposta non può essere oggetto di ricusazione o astensione del giudice.

Il giudice può formulare una proposta alle parti in causa, che preveda la decurtazione del credito vantato dalla parte creditrice sul presupposto che sia meglio per essa incassare di meno, ma subito, peraltro evitando anche il rischio di soccombere anche solo parzialmente in giudizio o di esecuzione successiva a una sentenza favorevole.

In altre parole, la proposta transattiva o transazione è un accordo, quindi, un vero e proprio contratto, con il quale due parti pongono fine a una controversia. Questa potrebbe essere già sfociata in una causa, oppure essere oggetto di una contestazione stragiudiziale. Una volta che le parti siglano tale contratto, non possono più ricorrere al giudice, tranne che una di esse risulti inadempiente rispetto agli obblighi assunti.

Per fare in modo che la proposta transattiva sia valida, la legge prescrive che essa debba fondarsi su reciproche concessioni. Infatti, nel caso in cui a concedere qualcosa fosse solo una delle parti, si avrebbe una rinuncia unilaterale, per quanto parziale, dei propri diritti, cosa diversa dalla transazione. Tuttavia, la legge non sancisce che le concessioni debbano essere equamente ripartite, ovvero che le parti debbano incontrarsi necessariamente a metà. La percentuale di concessione a carico di ciascuna rimane liberamente determinabile dalle parti stesse. Per esempio, se Tizio non riconosce a Caio un credito di 10.000 euro, i due potrebbero trovare la seguente soluzione, il primo riconosce l’esistenza del credito e il secondo si accontenta di riscuotere 7.000 euro, invece che 10.000 euro.

La proposta transattiva deve essere redatta in forma di scrittura privata, altrimenti non vi sarebbero prove della sua esistenza. Se l’oggetto della transazione è un bene immobile, risulta necessario fare ricorso al notaio e la proposta deve essere trascritta nei pubblici registri. La transazione può modificare l’oggetto della lite, semplice, o sostituire del tutto la situazione preesistente, novativa, così come creare, estinguere o modificare anche rapporti diversi da quello oggetto della pretesa originaria, mista.

Esistono, però, i seguenti limiti. Non possono essere oggetto di transazione diritti sottratti alla disponibilità delle parti, l’oggetto di un contratto illecito, le pretese vantata da una delle parti, ma di cui la stessa è consapevole non averne alcun diritto.

Caparra Penitenziale – Guida e Modello

Se nel contratto è stipulato il diritto di recesso per una o per entrambe le parti, la caparra ha la sola funzione di corrispettivo del recesso. In questo caso, il recedente perde la caparra data o deve restituire il doppio di quella ricevuta. Risulta essere questo il contenuto dell’art.1386 del Codice Civile, che disciplina la caparra penitenziale, da non confondersi con quella confirmatoria.

In concreto, le parti possono pattuire nel contratto il diritto di recesso di una delle due o di entrambe, ma dietro il pagamento di un corrispettivo nei confronti del contraente non recedente. Dunque, in ciò consiste la sostanziale differenza con la caparra confirmatoria, questa ha la funzione di risarcimento del danno contro il mancato adempimento dell’altra parte contrattuale, mentre la caparra penitenziale è il prezzo prestabilito del diritto di recesso. Secondo la giurisprudenza, nonostante non sia prevista una forma particolare per la sua pattuizione tra le parti, non sarebbe sufficiente il mero riferimento all’art.1386 c.c. per la sua sussistenza quale diritto di recesso, dovendosi essere stabilita espressamente, altrimenti avrebbe funzione di caparra confirmatoria.

La caparra penitenziale si distingue anche dalla multa penitenziale, contemplata dall’art.1373 c.c., che prevede la facoltà di recedere dal contratto dietro la corresponsione all’altra parte di una somma di denaro. Il meccanismo appare, infatti, molto simile, ma si differenzia per l’assenza di una dazione di denaro o di altri beni fungibili all’atto della stipulazione del contratto.

Una volta che il contratto è stato firmato, le parti hanno, quindi, davanti a loro una scelta tra adempimento e recesso. Nel caso in cui una delle due scelga per la seconda, deve sostenere un onere, come sopra accennato. Qualora il recedente sia colui che ha versato la caparra all’altra parte contrattuale, perde tale somma. Se il recedente è colui che ha ricevuto la caparra, è tenuto a restituire all’altra parte il doppio della somma versata.

Vi presentiamo un semplice esempio per chiarire meglio il concetto. Tizio stipula con Caio un contratto preliminare di compravendita per un immobile di cui è proprietario attualmente il primo. Caio versa a titolo di caparra penitenziale la somma di 15.000 euro a Tizio, con la quale si garantisce la possibilità di recedere eventualmente dal contratto, ovvero di non stipulare quello di compravendita successivo. In sede di stipula del contratto, Tizio ci ripensa e decide di non vendere più a Caio l’immobile. Per ciò, egli deve restituire al mancato acquirente la somma di 30.000 euro, ovvero il doppio di quanto ricevuto all’atto della firma del contratto preliminare. Se ad esercitare il diritto di recesso fosse stato, invece, Caio, questi avrebbe semplicemente perso la somma dei 15.000 euro versati a titolo di caparra penitenziale.

Se il recesso non viene esercitato da nessuna delle due parti, la parte che ha ricevuto la dazione di denaro è tenuta a restituirla a quella che aveva effettuato il versamento, oppure la somma potrà essere computata quale corrispettivo per il contratto stipulato. Per esempio, se il prezzo pattuito per la vendita dell’immobile dell’esempio fosse stato di 150.000 euro, nel caso in cui nessuno tra Tizio e Caio recedesse dal contratto, i 15.000 euro versati dal secondo al primo a titolo di caparra penitenziale potrebbero essere semplicemente calcolati quale somma da detrarre dall’importo complessivo, ovvero Caio dovrà versare a Tizio i restanti 135.000 euro per l’acquisto dell’immobile. Potrebbe anche succedere, tuttavia, che l’oggetto della caparra penitenziale non sia stato il denaro, ma un altro bene fungibile, come potrebbe essere l’oro. In questo caso, sarebbe più semplice immaginare che Tizio restituisca a Caio l’oro ricevuto, invece che procedere a una sua valutazione ai prezzi attuali di mercato e al fine di scalarne il valore dal prezzo pattuito, cosa comunque possibile.

Riassumendo, la caparra ha la funzione di rafforzare il vincolo contrattuale tra le parti e ha natura reale, in quanto si perfeziona con la dazione di denaro o di altri beni fungibili. Ciò non esclude che le parti possano concordare la consegna della somma o di altri beni fungibili in un momento successivo a quello di conclusione del contratto, in tutto o in parte, sempre che anteriormente alla scadenza prevista per l’adempimento delle obbligazioni pattuite. Per i contratti a esecuzione continuata o periodica, la parte può anche recedere successivamente, ma salvi gli effetti per le prestazioni già eseguite.

Per fare in modo che possa distinguersi dalla caparra confirmatoria, è necessario espressamente stabilire il diritto di recesso per le parti. Se si parla semplicemente di caparra penitenziale nel contratto, si presume che il diritto di recesso sia unilaterale, ovvero in favore della sola parte che ha versato la somma di denaro o altro bene fungibile. Per fare in modo che possa aversi un diritto bilaterale è necessario che esso venga espressamente sancito. Infine, il patto di recesso si configura quale contratto accessorio rispetto a quello principale, ma la sua inefficacia non pregiudica quella di questo. Viceversa, l’inefficacia del contratto principale pregiudica il patto di recesso e l’annessa previsione della caparra penitenziale.

Contratto Preliminare di Compravendita – Fac Simile e Guida

Per contratto preliminare di compravendita si intende un accordo finalizzato a stipulare un contratto futuro, in un momento successivo, concluso il quale si avranno gli effetti tipici del medesimo. A detta dell’art.1326 del Codice Civile, il contratto è concluso nel momento in cui chi ha fatto la proposta ha conoscenza dell’accettazione dell’altra parte. Invece, dalla stipula del contratto preliminare discende l’obbligo per le parti di contrarre in un secondo momento. Quanto alla natura del contratto, rilevante diviene il contenuto dell’accordo, ovvero l’intento comune delle parti contraenti.

Utilizzato per vincolare le parti, quindi, a stipulare un successivo contratto ad effetti reali, il preliminare può avere come oggetto qualsiasi tipologia di contratto, anche se la dottrina individua alcune limitazioni, come nel caso della donazione, che essendo un atto di liberalità, non può essere frutto di un vincolo assunto in precedenza da una delle parti verso l’altra. In questo caso, infatti, sarebbe un atto conseguente a un dovere di compiere un’obbligazione. Tuttavia, a questo proposito si ha l’art.769 c.c., che recita quanto segue, La donazione è il contratto col quale, per spirito di liberalità, una parte arricchisce l’altra, disponendo a favore di questa di un suo diritto o assumendo verso la stessa un’obbligazione. In altre parole, si ha un atto di donazione anche quando ci si assume un’obbligazione verso il donatario, ma così facendo più che di un contratto preliminare siamo in presenza di un atto definitivo. Pertanto, un contratto preliminare di donazione di una proprietà non sarebbe altro che una donazione obbligatoria, che andrà conclusa con atto pubblico e nelle forme dovute.

Il contratto preliminare di compravendita può contenere o meno un termine entro cui le parti dovranno contrarre. In sua assenza, esso resta valido, non essendo un requisito essenziale. La parte che ha interesse a che tale termine venga apposto può rivolgersi al giudice oppure potrà rifarsi alla prescrizione ordinaria, a decorrere dalla data di stipula del preliminare. Allo stesso tempo, il preliminare può prevedere una condizione, al verificarsi della quale le parti si impegnano a concludere il contratto, altrimenti no.

L’art.1351 c.c. stabilisce per il contratto preliminare la stessa forma prevista per il contratto definitivo. In dottrina, però, non è unanime se questo requisito sia valido ad substantiam o ad probationem, ovvero se in assenza del rispetto della forma, il contratto preliminare sia nullo o semplicemente non possa essere fatto valere come prova di una delle parti.

Può anche accadere che le parti decidano di anticipare alcuni effetti del contratto definitivo. Nel caso di una compravendita, il promittente venditore incassa il versamento del prezzo senza privarsi della proprietà del bene, mentre il promissario acquirente beneficia del godimento del bene, non diventandone ancora proprietario, pattuendo con l’altra parte un versamento rateale del prezzo fissato.

Vediamo cosa accade, se una delle parti non volesse dare seguito alla promessa di adempiere l’obbligazione contenuta nel preliminare. La parte adempiente avrà titolo per rivolgersi al giudice e ottenere una sentenza di esecuzione del contratto, quale sarebbe stato concluso successivamente per obbligo pattuito delle parti, essendo accettato in dottrina che il preliminare conterrebbe già gli elementi atti alla produzione degli effetti finali, svolgendo il contratto definitivo una funzione riproduttiva a carattere documentale, per cui l’art. 2932 c.c. consente alla sentenza di produrre proprio tali effetti finali.

In alternativa, la parte non inadempiente potrà agire per la risoluzione del contratto, se non è interessato alla sua esecuzione, e per il risarcimento degli eventuali danni subiti dall’inadempimento altrui. La risoluzione può essere richiesta anche quando è stato promosso il giudizio per ottenere l’adempimento, mentre questo non può più essere richiesto, se è stata richiesta la risoluzione. Ecco, quindi, che dalla data di richiesta della risoluzione non è più possibile chiedere all’altra parte di adempiere al contratto. Anche in caso di contratto preliminare è possibile parlare di responsabilità contrattuale per il caso di inadempimento, consentendo alla parte non inadempiente di chiedere anche il risarcimento del danno.

Può accadere che le parti, in sede di stipula del contratto preliminare di compravendita, pattuiscano l’erogazione di una caparra confirmatoria. In questo caso, se la parte inadempiente è quella che ha versato la caparra, la parte non inadempiente che l’ha ricevuta può trattenere la somma ricevuta. Al contrario, se la parte inadempiente è quella che ha ricevuto la caparra, quella che l’ha versata ha titolo per ottenere la restituzione del doppio della somma. Altro tipo di garanzia, invece, è la caparra penitenziale, che funziona da corrispettivo del recesso. In questo caso, la parte che decide di recedere dal contratto perde la caparra data o dovrà versare all’altra parte non inadempiente il doppio della caparra ricevuta.

Questione più complessa è la natura del rapporto tra contratto preliminare e contratto definitivo, ovvero capire cosa accade nel caso in cui il primo è inficiato da invalidità in qualche sua parte, mentre il secondo supera le cause di invalidità. La domanda è se il secondo potrebbe essere considerato valido, a dispetto del primo. Per rispondere a questa domanda, se ci riferiamo alla causa interna, è evidente che svolgendo il contratto definitivo la funzione di produzione degli effetti tipici, una volta che verrà concluso validamente, i vizi del preliminare sarebbero superati. Viceversa, se il contratto preliminare costituisce obbligo per le parti a concludere successivamente, ovvero se siamo in presenza di una causa esterna, allora l’eventuale invalidità del primo inficia anche il secondo, in quanto si avrebbe una traslazione di proprietà indebita tra le parti.

Nella maggioranza dei casi, quando si parla di contratto preliminare di compravendita, l’oggetto è la cessione di un bene immobile. Esso va stipulato in forma scritta, con cui una parte, quella proprietaria dell’immobile, si obbliga a vendere all’altra parte, il promissario acquirente, la proprietà dell’immobile al prezzo e secondo le modalità concordate, pattuendo eventualmente un termine entro cui tale traslazione di proprietà deve avvenire, attraverso la stipula di un nuovo contratto, detto definitivo e finalizzato alla compravendita.

Questo tipo di contratto è quello con cui generalmente le parti si obbligano a concludere entro un periodo di tempo concordato la stipula di un contratto definitivo per il trasferimento di una proprietà immobiliare. La forma scritta è richiesta a pena di nullità e la stipula del preliminare, nonostante non obblighi le parti, non realizza gli effetti tipici del contratto definitivo. Può accadere, però, che il contratto preliminare venga redatto male, magari in assenza di assistenti legali per almeno una delle parti, cosa che potrebbe trasferire con effetto immediato la proprietà del bene immobile, quali che siano i termini e le condizioni pattuite per il versamento del prezzo.

Per esempio, se nel contratto si trova scritto che Tizio vende a Caio l’immobile sito in via xxxx …., invece che Tizio si obbliga a vendere a Tizio l’immobile sito in via xxxx …., siamo davanti a un preliminare improprio, perché nei fatti il trasferimento della proprietà è avvenuto, ovvero non vi è bisogno di un contratto definitivo, avendo già questo queste caratteristiche. Tuttavia, il preliminare improprio non può essere trascritto nei registri immobiliari, essendo necessario la stipulazione dell’atto pubblico o la scrittura privata autenticata, ovvero l’intervento di un notaio o di altro pubblico ufficiale. Sappiamo che trascrizione nei registri immobiliari del comune in cui il bene immobile è sito è di assoluta importanza per stabilire la proprietà nei casi controversi. Se due individui reclamassero la proprietà di un immobile, a spuntarla non sarebbe chi l’avrebbe acquistato per primo, ma chi lo ha trascritto per primo.