Millantato Credito – Significato e Definizione

In questa guida spieghiamo in cosa consiste il millantato credito.

L’articolo 346 del Codice Penale prevede due ipotesi di reato, con riferimento al millantato credito. Nel primo comma esso stabilisce che chiunque, millantato credito presso un pubblico ufficiale, presso un pubblico impiegato che presti un pubblico servizio, riceve, fa dare o fa promettere denaro o altra utilità, come prezzo della propria mediazione verso il pubblico ufficiale o impiegato, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da 309 a 2.065 euro.

Al secondo comma si aggiunge che la pena è della reclusione da due a sei anni e della multa da 516 a 3.098 euro, se il colpevole riceve o da fare o promettere denaro o altra utilità, con il pretesto di dovere comprare il favore di un pubblico ufficiale o impiegato, o di doverlo remunerare.

Le due ipotesi di reato di cui sopra appartengono alla categoria dei delitti contro la Pubblica Amministrazione. In questo caso il termine millantare viene inteso come amplificare in maniera esagerata o in assenza di fondamento, anche implicitamente, l’esistenza di un credito nei confronti di un funzionario pubblico. L’utilità di cui si parla può essere intesa anche del tipo non patrimoniale. Non è illecita in quanto tale qualsiasi mediazione verso la Pubblica Amministrazione. Sono da escludersi quelle imposte dalla legge per determinate attività e quelle fondate sulla generica influenza che l’intermediario potrebbe avere nei confronti dei funzionari pubblici.

Negli anni Trenta la norma era stata intesa per tutelare l’integrità e il prestigio della Pubblica Amministrazione, in modo che all’esterno non si diffondesse l’immagine che i funzionari pubblici fossero soggetti a influenze illecite. L’interpretazione attuale è diversa, ovvero che la tutela si ha nei confronti dell’andamento degli uffici pubblici.

Il fatto materiale che consegue dal millantare credito presso un funzionario pubblico consiste nell’ottenere, in conseguenza di ciò, una dazione, una promessa, di denaro o altro tipo di utilità, come mezzo per la propria mediazione. Deve trattarsi di una falsa promessa, ovvero di un semplice pretesto, perché se il denaro servisse effettivamente a corrompere il funzionario, i soggetti coinvolti risponderebbero del reato di corruzione. L’atto deve avvenire con dolo, cioè con la consapevolezza e la volontà di carpire la promessa o la dazione di denaro o altra utilità, millantando credito.

Per quanto sopra detto, risulta abbastanza delicato il rapporto tra il millantato credito, la truffa e la corruzione di pubblico ufficiale. Con riguardo al reato di corruzione, ci si è posti l’interrogativo se esso potesse concorrere con quello di millantato credito, nel caso in cui l’attività di corruzione fosse stata posta in essere. Di recente, la giurisprudenza ha riconosciuto i due reati quali alternativi tra di loro, nel senso che il millantato credito finisce al verificarsi di un caso di corruzione di pubblico ufficiale. Inoltre, il millantato credito deve riguardare un’attività ancora da intraprendere da parte del pubblico ufficiale e non già compiuta, perché in questo secondo caso si ricade nel reato di truffa.

Il delitto si considera consumato nel luogo in cui avviene la dazione di denaro o altra utilità o viene resa la promessa.

Quanto al rapporto tra millantato credito e truffa, la Corte di Cassazione ha sentenziato nel 2006 che tra i due reati non può esservi concorso formale. Infatti, il reato di truffa deve ritenersi assorbito da quello di millantato credito, altrimenti l’imputato si troverebbe a dovere rispondere di due reati, quando già il fatto negativo emergerebbe dal secondo comma dell’art.346 c.p.

Dunque, nel reato di millantato credito, il soggetto passivo è oggetto di raggiro, tramite vanterie, esplicite e implicite, commesse da un soggetto che si mostra in grado di influire sull’attività pubblica. In pratica, il raggirato viene indotto a credere, tramite esagerazioni o ostentazioni del tutto infondate, che il funzionario pubblico sarebbe avvicinabile, ovvero che egli sia disposto ad agire per fare gli interessi privati del millantatore, invece che svolgere il proprio compito nella Pubblica Amministrazione con la dovuta diligenza e imparzialità.

Non importa che il millantatore assicuri l’esito positivo del suo intervento, perché risulta sufficiente per configurare il reato che lo faccia credere al soggetto passivo. La vanteria non deve essere puramente discorsiva, ma può anche implicita e non espressa, sempre che risulti credibile. Il reato si ha anche nel caso in cui il millantatore sostenga di non conoscere il funzionario. Non è nemmeno importante che il pubblico ufficiale o impiegato sia competente rispetto al risultato promesso e che il favore promesso non sia conforme ai suoi doveri di ufficio. Risulta essere sufficiente che il millantatore ottenga anche solo una promessa di denaro o di altra utilità da parte del soggetto passivo, in conseguenza delle sue vanterie. Infine, non importa nemmeno che il denaro o altra utilità venga promesso al millantatore, potendo andare anche a una terza persona, e che il millantatore si sia concretamente attivato nei confronti del pubblico ufficiale.

Quietanza di Pagamento – Fac Simile e Guida

La quietanza di pagamento è una dichiarazione scritta da parte del creditore che attesta il pagamento di una determinata obbligazione. Sul piano giuridico essa può essere considerata una dichiarazione di scienza, che può essere contestata dal creditore sotto il profilo della veridicità, ma che non può essere sottoposta a termine o condizione, non trattandosi di un negozio.

Abbiamo scritto che può esserne contestata la veridicità. Ci riferiamo a quelle ipotesi di simulazione della dichiarazione, ovvero quando il creditore intende dimostrare che le prestazioni quietate indicate non sarebbero state, invece, adempiute. Un altro caso di possibile contestazione si ha nel caso in cui la dichiarazione sia stata estorta con la violenza. Attenzione, perché non essendo un negozio, non se ne deve chiedere l’annullabilità, quanto l’inefficacia. Si pensi al caso limite di un creditore che venisse minacciato con la violenza per redigere una dichiarazione, in base alla quale sostiene di essere stato soddisfatto con riguardo a un dato debito di un debitore specifico.

Stando all’art.2735 del Codice Civile, la quietanza di pagamento può considerarsi una confessione stragiudiziale fatta all’altra parte o a chi la rappresenta, il cui valore è pari a quello di una confessione giudiziale. Se è resa a un terzo, il giudice la apprezza direttamente. Inoltre, essa non ammette testimoni, se verte su un oggetto che non ammette la prova testimoniale.

Quanto alla forma, la quietanza di pagamento deve essere scritta per atto pubblico o dichiarazione ricevuta dal notaio o da altro pubblico ufficiale. Non essendo, poi, un atto negoziale, non necessita, secondo parte della dottrina, di alcuna firma del creditore. Con riferimento al contenuto, invece, bisogna indicare espressamente il debito che si intende quietare, il nome del debitore, il rapporto obbligatorio, vale a dire la causale, riportando la data e la firma, con i dubbi citati in precedenza per questo elemento. La quietanza deve essere rilasciata dal creditore su richiesta del debitore e il primo non può esimersi dal redigere tale dichiarazione. Le spese sono a carico dell’acquirente.

La dichiarazione contenente la quietanza può essere riportata sul contratto stesso o su un altro documento, spedita per posta elettronica certificata o tramite raccomandata. Si sconsiglia, invece, l’uso della posta elettronica ordinaria, che non essendo certificata si presterebbe facilmente a contestazione.

Abbiamo scritto che risulta necessario indicare la causale, ovvero l’obbligazione alla quale si fa riferimento. Tuttavia, la sua assenza non comporta l’annullamento della dichiarazione, ma genererebbe confusione nel caso di sussistenza di diversi rapporti di debito credito tra le parti. Si pensi, per esempio, al caso di un’azienda e di un fornitore che intrattengono rapporti frequenti. Pertanto, se dalla quietanza non emerge con chiarezza la causale, si fa riferimento al rapporto obbligatorio più datato tra le parti.

La quietanza può essere rilasciata sia dal creditore che da un suo rappresentante o mandatario, sempre che sia munito del potere di quietanzare un pagamento, anche se il mandato è stato conferito successivamente all’avvenuto pagamento o in mani di terzi. Come detto, invece, può essere rilasciata spontaneamente dal creditore, oppure su richiesta del debitore adempiente.

Nel caso in cui il creditore dichiari di avere ricevuto il pagamento dell’intera somma vantata a credito, si parla anche di quietanza liberatoria, nel senso che libera in modo completo il debitore, essendo formalmente riconosciuto adempiente dalla controparte di un rapporto obbligatorio. In un simile caso, si intende che il creditore è stato soddisfatto anche con riferimento al versamento degli interessi dovuti. Al contrario, se il creditore dichiara di avere ricevuto parte del pagamento spettante, si è in presenza di una quietanza parziale, che ovviamente non libera il debitore per il debito residuo non ancora ottemperato. Si ha, poi, il caso di remissione del debito residuo, quando il creditore dichiara di avere ricevuto solo parte del pagamento che gli spetta, ma di non avere nulla più a pretendere. In pratica, egli condona il debito residuo, cosa non infrequente nelle relazioni commerciali, quando si chiude spesso un occhio sulle controprestazioni, al fine di non intaccare il rapporto con la clientela.

Riepilogando, la quietanza di pagamento è un atto unilaterale con cui il creditore dichiara di avere ricevuto l’ottemperanza da parte del creditore di un rapporto obbligatorio. Deve essere redatta in forma scritta, per atto pubblico o in qualità di dichiarazione ricevuta da un notaio o altro pubblico ufficiale, deve contenere i dati riferiti sia al debito che al nome del debitore, oltre che la causale. Infine, dovrebbe essere apposta la data e firmata, anche se non tutti concordano sulla necessità della sottoscrizione.

In questa pagina è possibile scaricare un fac simile di quietanza di pagamento da utilizzare come modello per questo documento.

Principio di Colpevolezza – Guida

La colpevolezza raggruppa quegli elementi soggettivi per i quali è prevista la responsabilità penale. Per quanto nel nostro Codice Penale non si faccia riferimento ad essa, i criteri fondamentali per delimitare il principio di colpevolezza li troviamo all’art.27 della Costituzione, dove si sancisce che la responsabilità penale è personale, che l’imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva e che le pene non possono essere contrarie al senso di umanità.

In poche parole, sono sintetizzati i cardini su cui si appoggia la nostra attuale civiltà giuridica. Oggi potrebbe sembrarci persino logico che la responsabilità penale sia personale, ma non sempre e non in ogni luogo è così. In alcuni sistemi giuridici odierni, per esempio, si è passibili di pena anche se a commettere un reato, spesso anche di sola opinione, sia un parente o un amico. Altro principio fondamentale risiede nella considerazione dell’imputato come non colpevole fino alla condanna definitiva. Questo significa che, in caso di ricorso del condannato, si è non colpevoli fino alla condanna definitiva. Inoltre le pene non possono essere disumane. Già è oggetto di dibattito in giurisprudenza se il 41-bis applicato per i reati gravissimi, come quelli di mafia, prevedendo l’isolamento in carcere dell’imputato non sia contrario allo spirito costituzionale.

Ad essere colpevole è chi abbia commesso un reato con dolo o colpa, ovvero la fattispecie prevista dalla legge come tale. Elementi della colpevolezza sono l’imputabilità, il dolo o la colpa, la conoscibilità del precetto penale e l’assenza di cause che escludano la colpevolezza.

Condizione preliminare per la colpevolezza di un individuo è la sua imputabilità, ovvero nel momento in cui questi commette un reato deve essere capace di intendere e di volere, ovvero di capire i fatti. Cause di esclusione dell’imputabilità sono l’assenza di capacità di intendere e di volere per la minore età, per infermità mentale o di natura tossica. Non sono imputabili i minori di 14 anni, mentre i soggetti di età compresa tra i 14 e i 18 anni lo sono sulla base della valutazione del giudice. Il legislatore riconosce, quindi, che la maturazione dell’individuo non può determinarsi a scatti, e che avviene nel tempo in modo soggettivo. Quanto all’infermità mentale, può aversi anche per un breve periodo,limitatamente al momento in cui è stato commesso il reato.

Dolo e colpa sono altri requisiti necessari per l’imputabilità. Il primo si ha quando un soggetto commette un reato con la volontà e la consapevolezza di compierlo, la colpa, invece, presuppone che il soggetto agisca con volontà, ma che non sia consapevole delle conseguenze della sua azione, ovvero del non rispetto di leggi, regolamenti o ordini. Infine, esiste anche la preterintenzione, una situazione mista, per la quale il soggetto agisce con volontà, è consapevole delle conseguenze delle sue azioni, ma allo stesso tempo queste producono un effetto diverso dalle intenzioni. Per il concetto di colpa, si fa riferimento oggi alla condizione psicologica dell’individuo e quella normativa. La prima pone in relazione il soggetto con l’azione commessa, mentre la seconda pone in risalto la volontà dell’individuo e il contrasto con le norme della società in cui esso agisce. In sostanza, questo diventa oggetto di censura per il suo comportamento contrario alle leggi.

Sulla base di quanto sopra scritto, desumiamo che il principio di colpevolezza implica, almeno in teoria, che i casi di responsabilità oggettiva debbano avere origine nel nostro ordinamento, che il soggetto non sia mai impunibile e che la pena debba essere commisurata alla colpevolezza del soggetto e ad essa proporzionata. In pratica, maggiore sarà stata la sua volontà di commettere un reato, maggiore dovrebbe essere la pena. Da questo deriva la constatazione di condanne anche molto differenti per la stessa fattispecie, a seconda della valutazione del giudice, caso per caso, del grado di volontà dell’imputato.

In considerazione di questo, l’aggravante per un reato si ha a carico del reo solo se sussiste colpa o dolo. Inoltre, l’ignoranza della legge non è scusabile, tranne nel caso in cui il soggetto non sia impossibilitato a conoscere il precetto penale.

Possesso e Detenzione – Differenze

Per quanto nel linguaggio comune i termini possesso e detenzione siano utilizzati quali sinonimi, non lo stesso si può dire per quello giuridico, dove individuano due situazioni differenti. L’art.1140 del Codice Civile recita così, l possesso è il potere sulla cosa che si manifesta in un’attività corrispondente all’esercizio della proprietà o di altro diritto reale. Si può possedere direttamente o per mezzo di altra persona, che ha la detenzione della cosa.

Dunque, lo stesso legislatore opera una distinzione tra possesso e detenzione, con queta a caratterizzarsi quale condizione soggettiva diversa dalla prima, presupponendo il riconoscimento della proprietà o di altro diritto reale di terzi.

La differenza principale tra le due condizioni è di tipo psicologico. Il possesso presuppone la volontà di comportarsi come se si fosse titolari di un diritto di proprietà o di altro diritto reale, ovvero con esso si ha l’animus possessionis. Questo manca nella detenzione del bene, la cui proprietà di altri è presupposta. In questo caso vi è un animus detinendi. In altre parole, nel caso di detenzione, il detentore non ha alcuna intenzione di esercitare un diritto di proprietà o altro diritto reale minore sulla cosa, essendo la sua relazione con il bene fondata sulla titolarità di un diritto personale di godimento, come può essere per ragioni di servizio, si pensi al lavoratore che deve vigilare sui beni aziendali, di ospitalità o nell’interesse proprio, l’inquilino di un immobile per il quale sia stato stipulato un contratto di locazione con il proprietario.

Tuttavia, è possibile passare dalla detenzione al possesso e ciò si ha con il verificarsi dell’interversio possessionis, la manifesta volontà del detentore al possessore di dichiararsi in possesso della cosa a nome proprio. Questo caso è previsto dall’art.1141 c.c., che al secondo comma così stabilisce, Se alcuno ha cominciato ad avere la detenzione, non può acquistare il possesso fino a quando il titolo non venga a essere mutato per causa proveniente da un terzo o in forza di opposizione da lui fatta contro il possessore.

Dunque, per fare in modo che la detenzione si tramuti in possesso, risulta necessario dare origine a un atto di opposizione manifesta al possessore o un atto proveniente da un terzo. Non è sufficiente la semplice volizione interna, essendo richiesto anche un fatto esterno, una manifestazione espressa di volontà, attraverso la quale si desume che il possessore originario ha smesso di possedere la cosa tramite un terzo, in quanto questo ha iniziato a possedere la cosa a nome suo.

Per approfondire il tema, si consideri che il vecchio art.685 c.c. prevedeva che il possesso fosse esercitato in nome proprio e che esso fosse esercitato a titolo di proprietà. La riformulazione dell’articolo ha mantenuto soltanto la prima presunzione, essendo poco razionale presupporre che chi possegga una cosa ne sia anche automaticamente il proprietario. Si sarebbe trattato di un punto eccessivamente a favore del possessore, il quale, invece, è tenuto a provare il titolo del suo possesso.

Ora, il fatto che si presupponga che il possesso sia a nome proprio non dispensa il possessore dal provare l’esercizio del potere di fatto. Grazie all’art.1141 c.c., si ha il riconoscimento che la detenzione può tradursi in possesso con il ricorrere dell’interversio possessionis e coordinando tale previsione con quella contenuta nell’articolo precedente, si ottiene non solo che il legislatore riconosce la distinzione tra possesso e detenzione, ma anche che il detentore può tramutarsi in possessore, una volta manifestata espressamente e con opposizione al possessore originario tale volontà con un atto esterno.

Esistono oggettivamente casi per i quali potrebbe sorgere il dubbio se un soggetto abbia con la cosa una relazione di detenzione o di possesso. A questo proposito, ci viene in aiuto l’art.1140 indicato in precedenza, che parla di presunzione di possesso fino a prova contraria.

Nonostante non siano individuati dal codice, possiamo citare i tre elementi della detenzione, che sono
-Animus detinendi, ovvero la volontà di tenere la cosa come propria o come titolare di un altro diritto reale.
-Disposizione materiale della cosa, cioè svolgere un’attività corrispondente al possesso.
-Laudatio possessionis, il riconoscimento del possesso altrui sulla cosa.

La dottrina, poi, opera un’altra distinzione tra detenzione qualificata e detenzione non qualificata. Nel primo caso, essa viene esercitata nell’interesse proprio, come accade per il conduttore di un immobile, nel secondo caso è esercitata nell’interesse altrui, come nel caso del depositario.

Gli atti esteriori che danno origine all’interversione del possesso sono di due tipi
-Causa proveniente da un terzo, l’ipotesi in cui un terzo possessore del bene, trasferisca il possesso al detentore o il titolo corrispondente.
-Opposizione del detentore, come sopra detto più volte, quando il detentore manifesta al possessore la volontà di esercitare il possesso sulla cosa.
Possibile, tuttavia, anche il caso opposto, ovvero il passaggio da possesso a detenzione, come nel caso in cui il proprietario di un immobile lo venda per restarci ad abitare come inquilino.

Principio di Legalità – Guida

Il principio di legalità viene sancito dall’art.25 della Costituzione, oltre che dagli artt. 1 e 199 del Codice Penale. Esso regola la materia delle fonti del diritto penale e si pone quale garanzia in favore di tutti i cittadini negli ordinamenti liberaldemocratici. In base alla previsione costituzionale, infatti, nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso. Al secondo comma, lo stesso articolo aggiunge che nessuno può essere sottoposto a una misura di sicurezza se non nei casi previsti dalla legge.

L’art.1 c.p. afferma che nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto dalla legge come reato e con pene che non siano da essa stabilite. E l’art.199 aggiunge che nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza che non siano espressamente stabilite dalla legge e fuori dai casi dalla legge stessa preveduti.

Come si può notare, il principio di legalità contemplato sul piano costituzionale fa riferimento alla necessità di previsione per legge di un reato, per fare in modo che sia possibile punire qualcuno, ma non della pena, cosa che viene considerata necessaria, invece, per il codice penale. Tuttavia, a una più attenta lettura si capisce come anche la stessa Costituzione presupponga necessariamente che nessuno possa essere sottoposto a una pena non prevista dalla legge e lo fa con la parola punito, che è colui al quale si commina una pena. Dunque, la Costituzione prevede, secondo una dottrina largamente accettata, che la punizione possa avvenire in forza di un reato previsto dalla legge e di una pena fissata dalle norme penali. Se così non fosse, il giudice avrebbe la libertà di sanzionare un cittadino sulla base di una pena che nemmeno esistere, venendo così meno proprio quelle garanzie a sua tutela, che evidentemente la Costituzione ha inteso esprimere piuttosto nettamente.

Risulta essere chiaro che ciò non significa che un giudice non abbia alcuna discrezionalità nel sanzionare un cittadino per un reato commesso, ma la pena comminata deve rientrare all’interno di un minimo e un massimo previsti dalle leggi. Così, per esempio, la violazione di una norma del codice della strada può comportare la comminazione di una sanzione pecuniaria, che varia da un minimo a un massimo.

Il principio di legalità può essere, quindi, scomposto in diversi principi fondamentali. Il primo è quello della riserva di legge in materia penale, secondo il quale nessuno può essere punito in assenza di una legge che preveda il reato. Questo in conseguenza della necessità della certezza del diritto, ovvero ognuno deve essere nelle condizioni in ogni momento di sapere se una determinata azione costituisce o meno reato, altrimenti si correrebbe il rischio di paralizzare ogni attività, per non parlare dell’arbitrarietà nell’esercizio della giustizia. In sostanza, con la riserva di legge, il cittadino viene tutelato contro i tentativi di abuso dello Stato. La riserva di legge può essere assoluta o relativa. Se si accetta la prima tesi, un reato non potrà che essere previsto da una legge e non da un atto di grado inferiore, come un regolamento. Questa tesi è largamente condivisa per la materia penale, ma esistono interpretazioni differenti, come quelle di chi sostiene che il regolamento potrebbe funzionare da mero presupposto di fatto della norma penale. Per esempio, una legge può punire chi infrange un regolamento. Secondo altri, poi, la legge può anche lasciare spazi vuoti, che saranno colmati da atti di grado inferiore, sempre che siano delimitati nella discrezionalità, essendo stati fissati paletti e criteri.

Negli ultimi tempi, sta prevalendo la tesi della riserva di legge relativa, anche da sentenze recenti della Corte Costituzionale. Il motivo di tale cambiamento di dottrina risiede nell’elevato numero di norme e decreti in materia penale, che nei fatti hanno reso quasi impossibile l’applicazione del principio di riserva assoluta, che pure sembrerebbe quello idealmente più giusto per garantire il cittadino. Del resto, se un regolamento può concorrere alla determinazione della fattispecie penale, si è concordi nel riconoscere che deve essere la legge a fissare i parametri in maniera piuttosto stringente, senza lasciare a fonti secondarie eccessiva discrezionalità.

Quanto agli altri principi, che compongono il principio di legalità, vi è la tassatività della norma penale, ovvero  questa deve individuare il reato con estrema determinatezza, al fine sempre di garantire il cittadino contro interpretazioni discrezionali del giudice, che nei fatti si tradurrebbero in una grave incertezza del diritto.

Troviamo poi il divieto di analogia. L’analogia viene intesa come quel procedimento attraverso il quale vengono disciplinati i casi che non sono espressamente previsti dalla legge. L’art 14 delle preleggi impone al nostro legislatore il divieto di applicare in via analogica le norme penali.

Infine, il principio di irretroattività della norma penale, la legge penale non può essere modo applicata ad un caso passato in cui quel dato fato non era considerato rilevante ai fini della legge. Se una norma successiva diviene più favorevole al reo, però, la si applica.